26 aprile 2009

Onna Zero


Anche quando un crollo si presenta come totale, diventando il crollo, la Catastrofe per eccellenza, l'immagine stessa della Tabula Rasa, ci sono sempre macerie, detriti, frammenti, da lasciar raffreddare, raccogliere e inventariare, per poterne meglio gestire l'impatto, per poterne parlare meglio, il giorno dopo.
Elementi che permettono di ripartire, verso una – sempre possibile – ricostruzione.

[ Regola, questa, dalla quale Ground Zero é sembrata inizialmente discostarsi, ma dalla quale ora non puó piú esimersi: anzi, la propaganda militare nata sulle ceneri ancora fumanti del WTC, che ora possiamo, che ora siamo internazionalmente legittimati, a guardare e giudicare come processo storico (cosa che pure, ottimisticamente, ottimisticamente come solo dei cretini, non facciamo...), la propaganda militare - si diceva - ha raddoppiato la sua capacitá retorica proprio per il fatto di essersi innestata su una Terra Zero, che poi é stata nascosta, invisibilizzata, che non é stata mostrata mai in quanto tale (se non, forse, nella sua venticinquesima ora - ma soltanto per alcuni fotogrammi...) e ha garantito, con la sua assenza, un effetto di presenza moltiplicato ad infinitum, talmente forte da giustificare l'esercizio e la perpetuazione della Violenza. ]
Comunque sia, il fatto che, con questo cappello introduttivo, si voleva (ri)portare alla luce é che gradi zero della storia non se ne danno, né se ne possono dare, per il momento.
Certo, rimane l'idea non ancora realizzata, e difatto impensabile, della distruzione nucleare.
Ma se non sappiamo, almeno intuiamo cos'é, e ci guardiamo bene dal causarla.

("Bene"? Forse no, a giudicare, nonostante certo trionfalismo tutto di casa nostra, dall'ultima conferenza di Roma sul disarmo nucleare, con offerte risibili provenienti dai principali detentori di armamenti nucleari...)

Ne consegue che, per annichilire una creatura, una presenza, una storia, specie se sentita come "nemica", e costruita in quanto tale, ricorriamo ancora - e sempre "per il momento", minacciosamente... - ad altre vie, altri metodi.
Ne cancelliamo la memoria: cosa assai piú facile, e sostanzialmente indolore.
(E poi succeda quel che succeda, cfr. le parole di Hitler sul genocidio armeno.)

Se, in aggiunta, questo effacement si traveste da riscrittura, revisione, cambio di prospettiva, uscita da un canone interpretativo, fine di un dogmatismo, accontentiamo anche un certo sentire intellettuale comune, che in realtá é solo sentire comune, punto e basta... ché d'intellettuale c'é poco...
E arriviamo a compiacercene.

Per questi motivi, e per altri a seguire, le dichiarazioni venticinquoaprilesche di Silvio Berlusconi ad Onna, pur nella loro novitá, rispetto a tutta una carriera politica costituitasi, fino a pochi giorni fa nello sprezzo di questa ricorrenza, definita di parte perché mai sentita come propria, e sempre snobbata, non devono sorprendere, né lusingare.
(E lasciamo che i partigiani della brigata Majella 'decorino' chi non merita decorazioni: lasciamo che mettano bandiera, e che della Proprietá, in qualche modo, si approprino...)

Al sodo.
Il rispetto per le vittime non implica equidistanza, neutralita', indifferenza - certamente.
Ne consegue che una legge dello Stato italiano non puo' parificare la condizione dei combattenti partigiani e dei repubblichini, garantendo a tutti gli uomini in armi tra 1940 e 1945 lo stesso vitalizio. Il ddl sara' ritirato - benissimo.

Che dire, peró, del piccolo scivolamento, istituzionale o meno non importa poi molto, che si e' avuto dalla Festa della Liberazione alla Festa della Libertá (alla Festa delle Libertá)? Un discorso fortemente simbolico come quello di Onna e' stato accuratamente preparato a tavolino, non lo si dimentichi...
Che dire dell'accento su una Costituzione, antifascista e democratica, da cambiare, questa volta per venire incontro al cambiamento dei tempi, prefigurato e voluto, deo gratias, da una persona sola, il padre padrone di cui parla Scalfari nel suo editoriale domenicale (finalmente azzeccato)?
Che dire, infine, della scelta di Onna, paese raso dal suolo - ma non del tutto, viste le memorie che ne riemergono - da un terremoto venti giorni fa, e che prima di questa terribile - ma non fatidica - data aveva conservato, nell'imposizione di un silenzio generale e generalizzato (ovvero: quanti altri Paesi, nel centro-nord, come Onna?), il ricordo dell'eccidio nazifascista di 65 anni fa (17 vittime innocenti, l'11 giugno 1944)?

E la domanda principale: cosa rimane di Onna?
Niente?
Ovvero: d'ora in poi sará soltanto il luogo simbolico del disgelo tra Berlusconi e Franceschini?
(Del breve passaggio benedicente di un Casini?)
É la prospettiva di un mondo piccolo, troppo piccolo, mentre si continua a perdere la memoria di ció che é stata la seconda guerra mondiale, e il ventennio – memoria che stava anche nel racconto di quella popolazione anziana che ora, a Onna, non é piú...
Memoria che servirebbe oggi a creare un vero disgelo (per una primavera di lotta politica, rinnovata e finalmente sana) perché conterrebbe le parole del trauma, della dittatura e della guerra, necessarie a spezzare le catene di certo ideologismo che la destra é brava a occultare, rendendo naturale, e a cui la sinistra radicale, oggi dipietrista (sic!), ricorre ormai con parole che anche lo Stantio degli Stantii definisce, con colpo geniale, ‘stantie’.

(Capiremmo, forse, anche l’ironia di Vauro, l’ironia fredda di chi riesce a raccogliere le macerie e a dargli il nome piú sinistro, ma piú preciso, perché scientifico, e rilevante:
AUMENTO DELLE CUBATURE.
Direbbe Santoro, uno che bisognerebbe ascoltare prima di contraddire: potrebbe cominciare, ma in fin dei conti non puó, con Onna e il Discorso del Padre Padrone, un anno zero.)

Lorenzo

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01 aprile 2009

BARTLEBY NON ERA ANTAGONISTA - BARLEBY É ANTAGONISTA!


Se non si vuole, o non si puó, suonare il piffero per la rivoluzione, non si pretenda peró, allo stesso tempo, mettere il puntino sulle i alle dichiarazioni e ai posizionamenti dei movimenti...  

É una posizione piú che ragionevole, sí...

E cosí, la decisione dell'Onda di chiamare Bartleby il nuovo spazio liberato di via Capo di Lucca 30, Bologna, potrebbe smuovere le viscere di una critica trinariciuta, e anche quelle di una critica militante (...perché no?) ugualmente stantia e ugualmente trinariciuta.

Intitolare uno spazio-laboratorio allo scrivano piú famoso della storia della letteratura, identificato con la sua frasetta succinta, ma assai potente (anzi, frutto di un annullamento talmente radicale da originare una potenza pura, assoluta, stando ad Agamben): “Preferirei di no.” (I would prefer not to.) é segno indelebile della riuscita penetrazione mitologica di questa costruzione letteraria e sua piú sinistra manipolazione: effetto di un abbassamento, di un appiattimento, di un'appropriazione linguistica con sfumature di schiavismo, di annichilimento.

...Bartleby trasformato in un antagonista radicale, insomma? No. (..No, perdinci!)

Ed é questo, malgrado tutto, il punto dove l'operazione colpisce nel segno, articolando, nel proprio piccolo, un nuovo immaginario.

Bartleby non é un antagonista, perché Bartleby non dice, o non dice soltanto: “Preferirei di no”. La sua lotta contro il sistema non é affatto una lotta: é lo sfondamento nel metafisico che toglie ragioni all'esistenza dell'ordine, di un qualsiasi ordine - cui, peraltro, Bartleby avrá l’onore e l’onere di non poter, di non dover tornare.

Bartleby, insomma, é qualcosa di diverso, e per fortuna.
(Per la fortuna, nel caso specifico, delle mie tre narici...)
 
E in ogni caso, l'operazione metonimica che ce lo rende ora compagno di viaggio rende conto anche della possibilitá di nuova interpretazione, di una manipolazione creativa che liberando (dalla schiavitú dell’inutilizzo e dell’abbandono della Grande Madre Universitá) nuovi spazi garantisce il proseguimento e la riarticolazione della protesta dell'Onda, togliendo mordente a chi parla di Guerriglia per poter giustificare la Repressione, a chi instaura, ha gia’ instaurato forme di potere autoritarie.

Passi, quindi, la reazione violenta sul nostro, di immaginario: questo Bartleby ricorda un altro Bartleby che in qualche modo ce l’ha fatta.
E questa Onda ricorda un’altra onda che in qualche modo ha passato la nuttata, ha passato l'inverno e, schiumando via l'immagine stessa di onda che le si é applicata, untuosamente, si appresta a muoversi anche in primavera, e soprattutto in estate.

(Bartleby é uno dei ggiovani, i ggiovani dell’esercito del surf? Forse...)

Lorenzo

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19 gennaio 2009

20 anni dopo: La dissipazione di Israele




20 anni fa Franco (Lattes) Fortini scrisse il seguente articolo su "il manifesto".
"il manifesto" ha deciso di ripubblicarlo ieri perché è una riflessione ancora attuale e penetrante.
Personalmente la trovo anche commovente.

Davide

La dissipazione di Israele
Lettera agli ebrei italiani


Ogni giorno siamo informati della repressione israeliana contro la popolazione palestinese. E ogni giorno più distratti dal suo significato, come vuole chi la guida. Cresce ogni giorno un assedio che insieme alle vite, alla cultura, le abitazioni, le piantagioni e la memoria di quel popolo – nel medesimo tempo – distrugge o deforma l’onore di Israele. In uno spazio che è quello di una nostra regione, alle centinaia di uccisi, migliaia di feriti, decine di migliaia di imprigionati – e al quotidiano sfruttamento della forza-lavoro palestinese, settanta o centomila uomini – corrispondono decine di migliaia di giovani militari e coloni israeliani che per tutta la loro vita, notte dopo giorno, con mogli, i figli e amici, dovranno rimuovere quanto hanno fatto o lasciato fare. Anzi saranno indotti a giustificarlo. E potranno farlo solo in nome di qualche cinismo real-politico e di qualche delirio nazionale o mistico, diverso da quelli che hanno coperto di ossari e monumenti l’Europa solo perché è dispiegato nei luoghi della vita d’ogni giorno e con la manifesta complicità dei più. Per ogni donna palestinese arrestata, ragazzo ucciso o padre percosso e umiliato, ci sono una donna, un ragazzo, un padre israeliano che dovranno dire di non aver saputo oppure, come già fanno, chiedere con abominevole augurio che quel sangue ricada sui propri discendenti. Mangiano e bevono fin d’ora un cibo contaminato e fingono di non saperlo. Su questo, nei libri dei loro e nostri profeti stanno scritte parole che non sta a me ricordare.

Quell’assedio può vincere. Anche le legioni di Tito vinsero. Quando dalle mani dei palestinesi le pietre cadessero e – come auspicano i ‘falchi’ di Israele – fra provocazione e disperazione, i palestinesi avversari della politica di distensione dell’Olp, prendessero le armi, allora la strapotenza militare israeliana si dispiegherebbe fra gli applausi di una parte della opinione internazionale e il silenzio impotente di odio di un’altra parte, tanto più grande. Il popolo della memoria non dovrebbe disprezzare gli altri popoli fino a crederli incapaci di ricordare per sempre.

Gli ebrei della Diaspora sanno e sentono che un nuovo e bestiale antisemitismo è cresciuto e va rafforzandosi di giorno in giorno fra coloro che dalla violenza della politica israeliana (unita alla potente macchina ideologica della sua propaganda, che la Diaspora amplifica) si sentono stoltamente autorizzati a deridere i sentimenti di eguaglianza e le persuasioni di fraternità. Per i nuovi antisemiti gli ebrei della Diaspora non sono che agenti dello Stato di Israele. E questo è anche l’esito di un ventennio di politica israeliana.

L’uso che questa ha fatto della Diaspora ha rovesciato, almeno in Italia, il rapporto fra sostenitori e avversari di tale politica, in confronto al 1967. Credevano di essere più protetti e sono più esposti alla diffidenza e alla ostilità.

Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica israeliana ed ebraismo. Va detto anzi che proprio la tradizione della sinistra italiana (da alcuni filoisraeliani sconsideratamente accusata di fomentare sentimenti razzisti) è quella che nei nostri anni ha più aiutato, quella distinzione, a mantenerla. Sono molti a saper distinguere e anch’io ero di quelli. Ma ogni giorno di più mi chiedo: come sono possibili tanto silenzio o non poche parole equivoche fra gli ebrei italiani e fra gli amici degli ebrei italiani? Coloro che, ebrei o amici degli ebrei – pochi o molti, noti o oscuri, non importa – credono che la coscienza e la verità siano più importanti della fedeltà e della tradizione, anzi che queste senza di quelle imputridiscano, ebbene parlino finché sono in tempo, parlino con chiarezza, scelgano una parte, portino un segno. Abbiano il coraggio di bagnare lo stipite delle loro porte col sangue dei palestinesi, sperando che nella notte l’Angelo non lo riconosca; o invece trovino la forza di rifiutare complicità a chi quotidianamente ne bagna la terra, che contro di lui grida. Né smentiscano a se stessi, come fanno, parificando le stragi del terrorismo a quelle di un esercito inquadrato e disciplinato. I loro figli sapranno e giudicheranno.

E se ora mi si chiedesse con quale diritto e in nome di quale mandato mi permetto di rivolgere queste domande, non risponderò che lo faccio per rendere testimonianza della mia esistenza o del cognome di mio padre e della sua discendenza da ebrei. Perché credo che il significato e il valore degli uomini stia in quello che essi fanno di sé medesimi a partire dal proprio codice genetico e storico non in quel che con esso hanno ricevuto in destino. Mai come su questo punto – che rifiuta ogni ‘voce del sangue’ e ogni valore al passato ove non siano fatti, prima, spirito e presente; sì che a partire da questi siano giudicati – credo di sentirmi lontano da un punto capitale dell’ebraismo o da quel che pare esserne manifestazione corrente.

In modo affatto diverso da quello di tanti recenti, e magari improvvisati, amici degli ebrei e dell’ebraismo, scrivo queste parole a una estremità di sconforto e speranza perché sono persuaso che il conflitto di Israele e di Palestina sembra solo, ma non è, identificabile a quei tanti conflitti per l’indipendenza e la libertà nazionali che il nostro secolo conosce fin troppo bene. Sembra che Israele sia e agisca oggi come una nazione o come il braccio armato di una nazione, come la Francia agì in Algeria, gli Stati Uniti in Vietnam o l’Unione Sovietica in Ungheria o in Afghanistan. Ma, come la Francia era pur stata, per il nostro teatro interiore, il popolo di Valmy e gli americani quelli del 1775 e i sovietici quelli del 1917, così gli ebrei, ben prima che soldati di Sharon, erano i latori di una parte dei nostri vasi sacri, una parte angosciosa e ardente della nostra intelligenza, delle nostre parole e volontà. Non rammento quale sionista si era augurato che quella eccezionalità scomparisse e lo Stato di Israele avesse, come ogni altro, i suoi ladri e le sue prostitute. Ora li ha e sono affari suoi. Ma il suo Libro è da sempre anche il nostro, e così gli innumerevoli vivi e morti libri che ne sono discesi. È solo paradossale retorica dire che ogni bandiera israeliana da nuovi occupanti innalzata a ingiuria e trionfo sui tetti di un edificio da cui abbiano, con moneta o minaccia, sloggiato arabi o palestinesi della città vecchia di Gerusalemme, tocca alla interpretazione e alla vita di un verso di Dante o al senso di una cadenza di Brahms?

La distinzione fra ebraismo e stato d’Israele, che fino a ieri ci era potuta parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi, è stata rimessa in forse proprio dall’assenso o dal silenzio della Diaspora. E ci ha permesso di vedere meglio perché non sia possibile considerare quel che avviene alle porte di Gerusalemme come qualcosa che rientra solo nella sfera dei conflitti politico-militari e dello scontro di interessi e di poteri. Per una sua parte almeno, quel conflitto mette a repentaglio qualcosa che è dentro di noi.

Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e sapienza che, nella e per la cultura d’Occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea cristiana, Simone Weil, ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere. Ogni giorno di guerra contro i palestinesi, ossia di falsa coscienza per gli israeliani, a sparire o a umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una memoria, una pergamena, un sentimento, un verso, una modanatura della nostra vita e patria. Un poeta ha parlato del proscritto e del suo sguardo «che danna un popolo intero intorno ad un patibolo»: ecco, intorno ai ghetti di Gaza e Cisgiordania ogni giorno Israele rischia una condanna ben più grave di quelle dell’Onu, un processo che si aprirà ma al suo interno, fra sé e sé, se non vorrà ubriacarsi come già fece Babilonia.

La nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazioni palestinese; lo è, ripeto, dalla dissipazione che Israele viene facendo di un tesoro comune. Non c’è laggiù università o istituto di ricerca, non biblioteca o museo, non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di compensare l’accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica della sopraffazione induce nella vita e nella educazione degli israeliani.

E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici. Uno dei quali sono io. Se ogni loro parola toglie una cartuccia dai mitra dei soldati dello Tsahal, un’altra ne toglie anche a quelli, ora celati, dei palestinesi. Parlino, dunque.


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14 gennaio 2009

Gli italiani sono sessisti?

L’ultimo esempio dell’arguzia che ci permette di spopolare in Europa è probabilmente lo spot olandese di un corso di lingue, riportato ieri dalla colonnina destra di Repubblica on-line. Potete vederlo qui, ma in sintesi: una famiglia olandese entra in una pizzeria e i camerieri, italiani, si mettono a fare ad alta voce battute volgari a carico della madre e della figlia, fino a che il presumibile padre chiede, pure in italiano, se quando hanno finito di chiacchierare possono anche portar loro la cena.

Di fronte agli ormai consueti spaghetti col ketchup, si apre il solito dibattito interculturale nella nostra wg italo-tedesca: ma davvero gli italiani sono cosí schifosamente sessisti?!? Sí/no, fatto sta che anche in Germania, circa un anno fa, un’altra pubblicità era stata bollata come “antiitaliana”, il famigerato spot di Mediamarkt in cui un peloso e spettorato cliente italiano entrava a comprare un televisore pretendendo di parlare con un uomo, perché “solo gli uomini capiscono qualcosa di calcio e tecnologia” – salvo poi genuflettersi in richieste di aiuto al passaggio della prima biondissima commessa.

Non so se per offrire un ulteriore elemento di riflessione o cosa, il nostro coinquilino (italiano) ci racconta allora il seguente episodio, accaduto durante una riunione di lavoro con alcuni manager italiani [il narratore lavora per E-bay a Berlino, n.d.r.]. Mentre tutti stanno prendendo posto, entra nella stanza una giovane collega di origine moldava, altissima e bellissima: istantaneamente accolta da un “Che figa!” dei due italiani. Solo verso la fine della riunione, svoltasi in inglese e probabilmente con una certa difficoltà, l’attraente moldava, cresciuta in provincia di Cuneo, suggerisce, se i colleghi preferiscono, di continuare la discussione in italiano.

Le due pubblicitá di cui sopra, insomma, magari non sono capolavori di finezza e umorismo, ma certo ad accusarle di pregiudizio o perfino di “razzismo” ce ne vuole. La realtà come al solito offre esempi anche peggiori. E il problema non è neanche quello del maschilismo – la cosa che alla fine sempre ci fa fare queste figure è la convinzione, mutuata su noi stessi, che gli stranieri non conoscano nessuna lingua oltre alla propria. Anzi, però è anche il maschilismo. Dato che poi, mentre sparecchiavamo, lo stesso coinquilino ha aggiunto, a mo’ di giustificazione: “Però guarda, te lo dico: era una gran figa veramente!”

Dalla vostra inviata nei paesi freddi,
Minni Mannz.


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17 novembre 2008

Toxic asset – toxic learning

Nello spirito del '68 – senza nostalgie nè tormentoni
di Sergio Bologna

[Dopo un incontro all'Università di Siena, organizzato dal Centro 'Franco Fortini' nella Facoltà di Lettere occupata, il 6 novembre 2008]

State vivendo un'esperienza eccezionale, l'esperienza di una crisi economica che nemmeno i vostri genitori e forse nemmeno i vostri nonni hanno mai conosciuto. Un'esperienza dura, drammatica, dovete cercare di approfittarne, di cavarne insegnamenti che vi consentano di non restarvi schiacciati, travolti. Non avete chi ve ne può parlare con cognizione diretta, i vostri docenti stessi la crisi precedente, quella del 1929, l'hanno studiata sui libri, come si studia la storia della Rivoluzione Francese o della Prima Guerra Mondiale. Ho letto che l'Ufficio di statistica del lavoro degli Stati Uniti prevede che nel 2009 un quarto dei lavoratori americani perderà il posto. Qui da noi tira ancora un'aria da "tutto va ben, madama la marchesa", si parla di recessione, sì, ma con un orizzonte temporale limitato, nel 2010 dovrebbe già andar meglio e la ripresa del prossimo ciclo iniziare. Spero che sia così, ma mi fido poco delle loro prognosi.

Torno da un congresso che si è svolto a Berlino dove c'erano i manager di punta di alcune delle maggior imprese multinazionali, con sedi in tutto il pianeta, gente che vive dentro la globalizzazione, che dovrebbe avere il polso dei mercati, gente che tratta con le grandi banche d'affari e con i governi. Mi aspettavo un po' di chiarezza, qualche prognosi meditata. Balbettii, reticenze, sforzi per minimizzare, qualcuno che fa saltare la conferenza all'ultimo minuto perché richiamato d'urgenza. Pochissimi quelli che hanno parlato chiaro dicendo che la cosa è molto seria, che nessuno sa come andrà a finire e che le conseguenze potrebbero essere catastrofiche.

Ma voi vi occupate – giustamente – dei tagli alla spesa universitaria e tutti vi applaudono, docenti in testa e politici d'opposizione e magari anche qualcuno della maggioranza, siete scesi in piazza autonomamente e tutto sommato tira un'aria di consenso attorno a voi. Non era così nel '68, forse perché allora un po' di violenza c'era, in parte provocata dal comportamento dello stato o delle forze dell'ordine. Ma quel che di buono c'era allora, di eccezionale, era la grande voglia di capire il mondo che avevano gli studenti. In Francia erano partiti dalle tasse universitarie, dal discorso della riforma degli studi ma tutto sommato quel che volevano era molto di più, volevano darsi gli strumenti per cambiare le cose, volevano capire cosa succedeva nei paesi comunisti, o nell'America Latina dove sei mesi prima Che Guevara ci aveva lasciato la pelle, volevano capire a cosa portava la politica di Piano del governo gollista, che cos'era un sindacato operaio, volevano vedere come funzionava una fabbrica e come parlavano gli operai dentro, come funzionava un ospedale e come venivano trattati i malati. È questa grande voglia di sapere, questa sconfinata ambizione di sapere, questa utopica sfida alle capacità della propria conoscenza, che io non vedo tra di voi. O, meglio, che all'esterno non si vede, non si percepisce.

Volete salvare l'Università, così com'è? Spero di no. Com'è oggi non vale una messa, come si dice. Oggi si taglia malamente, d'accordo, ma ieri si è speso peggio e tutti i governi ci hanno messo del suo. L'Università si è allargata come un virus, qualunque cittadina con un sindaco un po' dinamico riusciva ad avere il suo pezzetto d'Università. L'Università come retail. Alla qualità della spesa nessuno ha pensato e ben presto è nato il sospetto che questo meccanismo dilatatorio non fosse – come ci raccontavano – animato dalla nobile intenzione di fare della conoscenza una merce a portata di mano ma dal meschino proposito di creare cattedre con il loro corollario di posti precari e malpagati. Se non temessi d'essere frainteso vi direi: "La difendano loro questa Università, i professori". Voi che c'entrate? Avete mai avuto modo di partecipare sia pure alla lontana alle decisioni che sono state alla base della configurazione dell'Università com'è oggi? Finora, con le vostre tasse avete pagato un servizio sulla cui qualità ed efficienza non esistono parametri di valutazione di cui possiate disporre per chiederne il miglioramento. "Mangia questa minestra o salta da quella finestra". E quasi uno studente su due salta, il tasso di abbandono nell'Università italiana – leggo sul sito www.lavoce.info – è vicino al 50%. E chi inizia gli studi e li abbandona sapete bene che è un soggetto ad alto rischio di disadattamento. Una volta, quando la lingua italiana aveva ancora un tono popolare, si diceva "È uno spostato".

"Gli studenti italiani potrebbero fare causa a metà degli atenei italiani per i servizi che offrono", scrive Roberto Perotti, nel libro L'Università truccata (Einaudi, Torino 2008) – un libro che spero tutti voi abbiate almeno scorso. A leggerne le prime 90 pagine vien da pensare che qualche abbandono può essere stato provocato dallo schifo di fronte a certe situazioni di nepotismo e di corruzione. Un libro che sfata alcuni miti, che combatte alcuni luoghi comuni, come quello delle scarse risorse dedicate in Italia all'Università. Sono scarse se si calcola l'ammontare della spesa diviso per il numero di studenti iscritti ma se invece si assume come parametro non il numero degli iscritti ma di quelli che frequentano veramente a tempo pieno, l'Italia sarebbe ai primi posti nel mondo.

Ma molti di voi potrebbero dirmi che la lotta contro i tagli al budget universitario è solo un veicolo per esprimere a livello di massa e con facile consenso opposizione al governo Berlusconi. Dunque non di bassa cucina si tratterebbe, non di volgari valori economici, ma di alta politica. E come nel '68 gli studenti francesi avevano lottato in definitiva contro il Generale De Gaulle, così quarant'anni dopo gli studenti italiani lotterebbero contro il Cavaliere Berlusconi. (Per inciso debbo dire che mai due si sono assomigliati di meno, il Cavaliere anche coi tacchi rinforzati non sarebbe arrivato alla cintola del Generale, l'uno alto alto, rigido e solenne come una statua di cera, l'altro piuttosto basso e tarchiato, gesticolante a dentiera scoperta). Ma se questa è l'alta politica che vi spinge all'azione mi sentirei in tutta franchezza di dirvi "scegliete un percorso diverso" perché altrimenti rischiate di farvi usare come carne da macello da coloro che condividono con la Destra il pensiero strategico sottostante alle scelte economiche della Seconda Repubblica e dunque sono sostanzialmente corresponsabili della crisi attuale e delle sue conseguenze future. Ciò che minaccia il vostro futuro non è soltanto il governo della signora Gelmini ma un pensiero economico bipartisan che non ha mai saputo né voluto mettere vincoli o imporre regole a una gestione del sistema finanziario dove nulla ormai assomiglia a un mercato ma tutto assomiglia a un gioco d'azzardo con i soldi dei lavoratori e della middle class che vive del proprio lavoro. Un sistema che è stato capace di creare ricchezza fittizia e di distruggere ricchezza reale in misura mai vista nella storia recente. Un sistema la cui follìa era già evidente a tutti almeno dallo scoppio della bolla del 2001, un sistema che premiava i manager che gestivano le imprese non per farle crescere ma per farle dimagrire, aumentandone il valore di borsa a furia di licenziamenti del personale, per rivenderle e intascare fior di premi e plusvalenze. Un sistema che in nome dell'efficienza e della competitività distruggeva soprattutto le competenze, il capitale umano (quando si licenzia per diminuire l'incidenza dei salari si comincia dalle posizioni meglio retribuite, cioè dagli impiegati e tecnici più anziani e con maggiore esperienza). Un sistema che ha riprodotto nella società le abissali differenze di reddito esistenti nelle grandi aziende (manifatturiere o di servizi che siano) e che quindi ha ridotto l'Italia in un paese con i maggiori squilibri tra la parte più ricca e quella meno ricca della popolazione, come ben testimonia l'indagine Bankitalia sulle famiglie italiane. Un sistema che ha consentito "a chi lavorava nella finanza di guadagnare già nel 2000 il 60 per cento in più rispetto agli altri settori" – scrive Esther Duflo, che insegna al MIT di Boston - e aggiunge: "Il problema delle remunerazioni è stato ovviamente affrontato negli Stati Uniti quando si è discusso il piano Paulson, che autorizza il governo americano a spendere 700 miliardi di dollari per acquistare i toxic asset rifiutati dai mercati. Sembra ingiusto far pagare ai contribuenti il disastro creato da coloro che in un'ora guadagnavano 17mila dollari".

E conclude il suo intervento con queste parole: "Osservando gli avvenimenti di questi giorni vien voglia di mandare a casa certi nostri amministratori delegati del settore finanziario. Speriamo almeno che la fine dei guadagni esorbitanti incoraggi i giovani a dedicarsi ad altri settori dove i loro talenti potrebbero essere più utili alla società. La crisi finanziaria potrebbe farci cadere in una recessione grave e prolungata. L'unico vantaggio potrebbe appunto essere quello di un migliore impiego dei nostri giovani più dotati".

Le elezioni americane, portando alla presidenza Barack Obama, sono state una bella reazione a questa insopportabile situazione e fareste bene a riflettere in seminari di autoformazione su quel che è accaduto negli Stati Uniti. Tutta la stampa e l'opinione corrente è unanime nel dire: "È accaduto un fatto nuovo perché è stato eletto un nero, un afroamericano". Soliti giudizi superficiali, da semianalfabeti della politica. Queste elezioni sono state importanti perché dopo circa 30 anni – dai tempi di Reagan – la tematica di classe è stata al centro del dibattito. Non del proletariato, ma della middle class (di cui fanno parte anche strati operai di grande fabbrica), cioè di quel ceto medio che per più di un secolo ha fatto da collante alla credibilità dell'american dream e che da alcuni anni – proprio in conseguenza dei processi scatenati da una forma di capitalismo senza regole e senza etica, un capitalismo di avventurieri e di giocatori d'azzardo – ha subìto un processo d'impoverimento che non trova paragoni se non nella grande crisi del 1929. Contro questa tendenza alla disgregazione sociale e all'impoverimento della middle class hanno cominciato a battersi da alcuni anni molte iniziative civiche (tra le tante quella messa in piedi dalla nota giornalista e scrittrice Barbara Ehrenreich con il sito www.unitedprofessionals.org). Barack Obama ha colto questo disagio, questo malessere, e ne ha fatto il suo tema dominante. Non ha parlato, come ormai ci hanno abituato questi bolsi, stucchevoli, "politicamente corretti" leader della cosiddetta Sinistra, di "quote rosa", di gay, non ha parlato di bianchi e di neri, di aiuole pulite e di biciclette, è andato al sodo, ha puntato il dito sui disastri del neoliberalismo selvaggio, ha fatto per la prima volta dopo 30 anni un discorso di classe. E ha vinto riuscendo a portare alle urne anche i giovani, che al 70% hanno votato per lui. Ha colto la grande tendenza dell'epoca, quella che da tempo cerco di chiarire a me stesso ed agli altri nei miei scritti sul lavoro (l'ultimo mio libro si intitolava "Ceti medi senza futuro?" e non se l'è filato nessuno).

Sono convinto che la lotta che state conducendo potrebbe essere utile a voi stessi e agli altri se ne approfittaste per crearvi un vostro sistema di pensiero, per procurarvi strumenti critici in grado di capire com'è accaduto quel che è accaduto e quali sono stati i perversi meccanismi che in questi ultimi vent'anni hanno dominato l'economia, senza che venissero contestati né da Destra né da Sinistra – a parte qualche voce isolata di studioso. "Un sistema che si autoregola, per questo esistono le Authorities" - recitava la litania liberista in questi anni. Balle! Basterà dire che lo scandalo Enron, che spesso viene portato ad esempio della severità con cui il sistema USA punisce le aziende dal comportamento irregolare, non sarebbe mai scoppiato se una donna che era membro del Consiglio di Amministrazione non avesse deciso di "cantare", di svelare gli imbrogli. Una "gola profonda" è stata all'origine di tutto, non certo l'FBI! Negli anni della forsennata privatizzazione (1992/93) con cui l'Italia ha messo nelle mani di nuovi raider della finanza immensi patrimoni pubblici (leggetevi a questo proposito il libro di Giorgio Ragazzi I signori delle autostrade, Il Mulino, Bologna 2008 – ma lo stesso se non peggio potrebbe dirsi di Telecom), suggellando il suo "golpe bianco" con l'accordo sindacale del luglio 1993 grazie al quale oggi abbiamo i salari d'ingresso più bassi d'Europa, non erano certo personaggi della nuova Destra a menare la danza ma uomini come Romano Prodi ed altri ex manager pubblici. A beneficiarne sono stati i Tronchetti Provera, i Benetton, i Colaninno, i Gavio – li ritroviamo tutti guarda caso oggi nella vicenda Alitalia. L'Università di Siena ha la reputazione di essere un centro di eccellenza nelle discipline economiche e bancarie. Vi hanno mai parlato di queste storie e come ve ne hanno parlato? E della crisi odierna che vi dicono? Che è una solita crisi ciclica, forse un po' più acuta ma in sostanza è tutto normale, razionale, un po' di eccessi magari ci sono stati ma il sistema è saldo, è sano. Questo vi dicono? Non vi dicono che questo sistema, questi meccanismi, creano, stabilizzano, consolidano le disuguaglianze sociali, le ingiustizie sociali? Non vi dicono che questo sistema umilia, calpesta le competenze, il capitale umano? Che è l'esatto contrario della knowledge economy di cui si riempiono la bocca, l'esatto contrario di un sistema meritocratico? E se non ve le dicono queste cose, se continuano a raccontarvi le solite favole di Cappuccetto Rosso, se continuano a farvi flebo d'ideologia liberista – allora mandateli loro a protestare nelle piazze per i tagli all'Università.

Questa vostra lotta ha un senso se è un passo in avanti, se diventa atto costitutivo di un processo di autoformazione.

Quel che è avvenuto in questi mesi non è mai accaduto nell'ultimo secolo e cioè che istituzioni e persone le quali hanno prodotto danni incalcolabili (pensate soltanto ai fondi pensione che si sono volatilizzati con questa crisi!) invece di essere punite ed i loro beni sequestrati, sono state salvate senza che lo stato, che ha fornito i mezzi per salvarle, assumesse il controllo di queste istituzioni. Un regalo di enormi proporzioni agli avventurieri, ai ladri, una terribile lezione morale per le nuove generazioni. (Non che la gestione pubblica sarebbe stata migliore, in Germania le peggiori nefandezze le hanno commesse alcune banche pubbliche come la Landesbank della Baviera).

C'è stato qualcuno che vi ha chiamato in piazza per opporvi a questa vergogna? Ma ha ragione in un certo senso anche chi dice: "Che cosa si poteva fare d'altro?" Nessuno infatti ha saputo o voluto in questi anni immaginare una società diversa che non fosse un'utopia. Alternative globali nessuna, solo strategie di sopravvivenza. Ed è sostanzialmente questo che vi propongo anch'io: costruendo percorsi comuni di autoformazione costruite anche delle reti, vi liberate pian piano dalla costrizione all'isolamento, dall'individualismo e soprattutto dall'illusione che "una buona preparazione universitaria", corredata magari da qualche corso o master post laurea, possa mettervi al riparo dalla crisi, dalla sottoccupazione o dall'umiliazione di vedervi trattati dal datore di lavoro come un puro costo.

In un paese dove i salari d'ingresso, quelli dei primi assunti, sono i più bassi d'Europa, la preparazione conta assai poco. I precari, i lavoratori a tempo determinato, hanno delle remunerazione parametrate su quelle dei primi assunti. Dunque anche loro sono pagati peggio che altrove. E le vostre generazioni rischiano di andare avanti con lavoretti precari fino ai 40 anni. Pertanto è pura demagogia quella di coloro che parlano di democratizzazione degli accessi, che difendono di questa università il fatto che possono iscriversi anche i figli di famiglie povere. Il problema non è la massificazione della popolazione studentesca ma il fatto che il capitale umano di un laureato non vale una cicca sul mercato del lavoro! O i giovani riacquistano un minimo di forza contrattuale sul mercato del lavoro oppure l'università sarà solo un frigorifero di disoccupati, un osceno apparato di puro controllo sociale. Pesanti le responsabilità sindacali per questa situazione. Miope e meschina la strategia del padronato italiano da vent'anni a questa parte. Squallido il mondo dell'informazione che su questa realtà tace o si sofferma di sfuggita. Quarant'anni fa gli studenti sono andati nelle fabbriche, negli uffici, nei laboratori di ricerca, negli ospedali, nelle aule dei tribunali, nelle redazioni dei giornali a vedere come funziona il mondo reale, non si sono accontentati di lasciarselo raccontare, non hanno fatto visite guidate. Ficcatevi nei processi reali ovunque se ne presenti l'occasione! Usate la grande risorsa del web per procurarvi le notizie alla fonte, per attingere a visioni critiche del mondo, anche se questo esercizio talvolta vi costringe a rovistare nella spazzatura di Internet. Gli Stati occidentali che hanno smantellato i sistemi di welfare si sono ridotti a ingoiare toxic asset, voi cercate di non inghiottire toxic learning! Avrete già fatto un passo in avanti per vivere meglio.

Organizzate incontri con quelli che hanno alcuni anni più di voi, fatevi raccontare come vengono accolti dal mondo del lavoro, quando escono dall'Università. Frequentate i blog dove la gente racconta le proprie esperienze di lavoro, chiedetevi seriamente se val la pena di studiare in un'Università com'è fatta oggi oppure se non sia meglio costruire processi di autoformazione e di controinformazione. Scatenate la fantasia nel creare un'estetica della protesta, efficace, aggressiva, non ripetitiva, le forme della comunicazione sono state uno degli strumenti vincenti delle lotte del proletariato nel Novecento, ripercorrete le spettacolari performances degli occasionali dello spettacolo francesi che hanno tenuto duro per un paio d'anni, buttate nella spazzatura vecchi slogan, scanditi stancamente, parole d'ordine che sono ormai diventate banalità che fanno venire il latte alle ginocchia. Ai vostri colleghi che affollano le facoltà di comunicazione non viene nulla in testa?

Ho insegnato all'Università per quasi vent'anni, quando mi hanno cacciato non ho fatto nulla per restare, per difendere la mia cattedra, gli ultimi due anni d'insegnamento li ho passati all'Università di Brema, ormai un quarto di secolo fa. Ci sono tornato in questi giorni perché un mio collega di allora prendeva congedo definitivo dall'insegnamento e andava in pensione un anno prima del termine previsto dalla legge in Germania. Aveva rinunciato, com'è d'uso, alla lectio magistralis. E nelle poche parole di congedo davanti a un centinaio di amici e colleghi ha voluto dire perché se ne andava in anticipo. "Ho fatto il Preside di Facoltà in questi ultimi cinque anni, mi ci sono dedicato completamente, pensando di fare il mio dovere, non ho avuto tempo né di studiare né di tenermi aggiornato, non me la sento di tornare a insegnare per dire le stesse cose di cinque anni fa, non me la sento per onestà verso gli studenti". Quanti docenti italiani farebbero lo stesso? Questi fanno i Ministri e poi tornano tranquillamente a insegnare, specialmente se vengono da governi di centro-sinistra. Malgrado l'Università italiana sia un luogo da cui sono contento di essermene andato, sia un luogo che umilia le intelligenze invece di stimolarle, credo che siano ancora tanti i docenti e molti i ricercatori con i quali voi potete stabilire un patto di formazione negoziata. Le dinamiche di coalizione che si creano durante un processo rivendicativo, durante una protesta che chiede la restituzione di qualcosa – come la maggior parte delle proteste che nascono da situazioni difensive e non da un'iniziativa preventiva – sono molto fragili e rischiano d'impoverirsi e irrigidirsi, troppo focalizzate sull'obbiettivo. Pertanto occorre pensare ad attivare processi di continuità, svincolati dall'obbiettivo. Francamente, se la 133 viene ritirata la vostra condizione di fondo non cambia. È questa condizione che dovete cambiare.

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13 novembre 2008

Lettera dall'Onda

(dal sito: http://anomalonda.wordpress.com/)

L’Onda Anomala non si rappresenta. Informazione dal basso verso il basso.

Dall’Assemblea No-Gelmini di Bologna nasce l’idea di inondare i cittadini italiani di nuova informazione, fatta da noi e recapitata loro direttamente e senza spese.

Propugniamo una “strategia del contagio”, di cui ognuno deve farsi sostenitore e praticante. I governanti spediscono “lettere alle famiglie italiane” a spese dello Stato; noi invece porteremo alle famiglie lo stesso numero di lettere a nostre spese (praticamente gratis) consegnandole direttamente al destinatario!

Anche chi non ha il tempo necessario per dedicarsi pienamente alla causa, può rendersi protagonista con pochi, semplici gesti, dando così il proprio contributo diffondendo la Lettera dell’Onda.

Proponiamo ad ciascuno di voi di stampare più copie della Lettera (linkata qua sotto) ed imbucarle a vicini di casa e conoscenti. Imbustate il documento, scrivete sulle buste come destinatario “l’intera popolazione” e come mittente “l’Onda Anomala”. Se 1.000 persone avranno 20 buste, porteremo la lettera a 20.000 famiglie, se 50.000 persone avranno le buste, a 1 MILIONE di famiglie. INONDIAMO L’ITALIA CON I NOSTRI CONTENUTI!

Cominciamo subito dalla grande manifestazione del 14 a Roma!

Clicca qui per scaricare la lettera in pdf.


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04 novembre 2008

In nome del popolo italiano

[Vi giro l'editoriale di Gian Maria Tosatti dall'ultimo numero di Differenza, settimanale online di cultura. Paolo]

«Pay attention! Movimento Irrappresentabile». È questa la frase che pare aver suggellato la guerra d’indipendenza delle nuove generazioni contro le vecchie. E non è una questione anagrafica, quanto di pensiero. Accanto agli studenti questa volta ci sono i loro padri. Accanto ai loro avversari, i politici, ci sono i movimenti politici giovanili. La guerra non è dunque fra giovani e vecchi, ma fra chi pensa nuovo e chi pensa a se stesso, ossia a mantenere lo status quo.
E per una volta Famiglia Cristiana parla davvero a nome di tutti sconfessando questa finanziaria e i relativi decreti (leggi Gelmini e affini) affermando con un candore da chierichetti che il re è nudo e che non è credibile un governo che taglia i fondi per la ricerca, ma trova miliardi per salvare le banche, per mantenere Alitalia e lasciare intatti i privilegi dei parlamentari. Non è credibile un governo che per operazioni di suo interesse tratta fino allo stremo delle forze e che sulla scuola lancia dictat per decreto e li approva a botte di fiducia parlamentare dichiarando inutile il confronto con le parti sociali.

Gli studenti allora vanno in piazza. Ognuno a modo suo. In maniera talvolta confusa, ma sono i primi passi. Non è ancora tutto chiaro, non è ancora abbastanza chiaro che non bisogna rispondere alla violenza, ma qualcosa lo è in modo nettissimo: niente politici, niente strumentalizzazioni, questo movimento nasce per difendere i diritti di tutti, degli irrappresentati. Ed è appunto questo a costituire la spaccatura vera: la politica dei partiti, tutta, con buona pace anche di Veltroni che in questi giorni si sbraccia come può, non è più “deputata” a rappresentare gli interessi del paese. Di quel paese nuovo che vede l’Europa allontanarsi e che ha deciso di rompere l’immobilità e iniziare la marcia per raggiungerla.

È una marcia di cortei, una marcia di pensieri e di parole. È una marcia “contro l’Italia”. Ed è così che dev’essere, giacché oggi un cambiamento vero in questa periferia dell’impero non può venire che dal basso. Dal popolo sovrano. Dalle molte individualità che confluiscono ed iniziano a lavorare per realizzare una Controriforma.

Se tale intento vuole realizzarsi davvero, allora gli studenti dovranno iniziare a rilanciare, a pensare sempre più in alto, a parlare sempre di più, a dichiarare qual è il paese in cui vogliono vivere. Gli studenti di architettura progettino, gli studenti di legge propongano, quelli di lettere scrivano sui giornali e su internet. Creino una energia che vada ad unirsi a quella parte consapevole di italiani che da tempo sono mobilitati per costruire un’alternativa ad un futuro già scritto e reso ineluttabile da altri.

È una nuova coscienza popolare l’occasione che si affaccia in questa crisi. Un’occasione che non dev’essere perduta. Un’occasione per cambiare gli italiani.

Ma appunto per farlo è necessario evitare ogni strumentalizzazione, evitare di rientrare nei ranghi indecenti delle vecchie categorie, di un bipolarismo fasullo o peggio ancora di una pilotata rissa fascio-comunista. Perché ciò non avvenga la questione è: quanto siete disposti a marciare? Perché quelli che marciano assieme agli studenti (i potentati universitari, ma soprattutto i politici), non smetteranno di marciare, perché marciare è il loro mestiere. Quando gli studenti si fermeranno, perché saranno stanchi o perché penseranno ad altro, gli altri raccoglieranno i frutti della loro fatica abbandonati nelle piazze vuote. È andata sempre così. Senza ipocrisie, è palese che l’università prima della Gelmini fosse già in rovina, perché, quando gli studenti hanno fermato le loro marce degli anni passati, i politici e i baroni, una volta rimasti soli nella gestione ne hanno sempre fatto quello che volevano. Ma oggi la questione va ribaltata. È vero che marciare è il lavoro dei politici, ma i giovani hanno gambe forti. Possono e devono marciare più a lungo degli altri. Devono stancare tutti. Devono sfinirli e farli fermare. Allora saranno gli studenti a raccogliere i frutti e ad andare oltre, oltre l’università, oltre il paese, incontro all’Europa. Ma, per intanto, marciare. Ad oltranza, pretendendo dall’università che funzioni dal di fuori (cioè a livello legislativo), ma che funzioni anche dal di dentro (opponendosi ai concorsi truccati di questi giorni con la stessa decisione e con lo stesso diritto con cui ci si oppone alla Gelmini). Bisogna muoversi contro l’Italia, non contro un governo che ne è solo il fantasma dell’anima. Non basta fermarsi, fermare tutto per opporsi. Bisogna fare, strafare, costruire cose che gli altri non possano distruggere. Bisogna muoversi contromano e trascinare con sé tutto il resto se vogliamo che il destino torni nelle nostre mani.



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13 ottobre 2008

NO GELMINI - Assemblea di Ateneo

Alla vigilia dell'ultima lezione di Gianni Vattimo all'università di Torino, TABARD si mobilita contro la riforma Gelmini. Anche perché c'è solo una possibilità su 5 che qualcuno lo sostituisca, Vattimo.

NO GELMINI


ASSEMBLEA DI ATENEO – studenti, precari, ricercatori, docenti, tecnici amministrativi



Comunicato Assemblea di Ateneo


La legge n. 133/08, «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria», ha nefaste conseguenze per gli studenti, per i precari, e PER TUTTI coloro che vivono e lavorano all'università. Tra i punti che contestiamo della legge: la limitazione del turnover al 20%; il taglio nel prossimo triennio di 500 milioni di euro dal fondo di finanziamento ordinario; la possibilità di trasformazione in fondazioni private dell'Università.

Contestare questa legge non significa difendere l'università del presente ma rilanciare la mobilitazione, in coordinamento con gli enti di ricerca e con il mondo della scuola, per proporre forme di didattica e di ricerca diverse e iniziare a costruire l'università del futuro.

Sulla base di queste valutazioni l'assemblea di ateneo riunitasi in aula Tonelli, Dipartimento di Matematica, oggi 8 ottobre, che ha visto la numerosa partecipazione di studenti medi e universitari, precari, ricercatori, docenti, insegnanti delle scuole elementari e medie, tecnici-amministrativi:

• Chiede che il rettore e i membri del senato accademico diano le dimissioni in caso in cui la legge Gelmini non venga ritirata.

• Chiede che il 21 ottobre il prossimo senato accademico si pronunci ufficialmente su questo.

• Chiede inoltre che si cancelli l'inaugurazione dell'anno accademico.

• Condivide e parteciperà con gli studenti medi all'iniziativa del 10 ottobre ore 9 in piazza san Francesco.

• Lancia la mobilitazione in tutto l'ateneo nei giorni 15 e 16 ottobre, in coordinamento con i precari del Cnr, e con il mondo della scuola.

• Chiede il lancio del blocco della didattica per dare a tutte e tutti la possibilità di stare dentro la mobilitazione.

• Esprime solidarietà allo sciopero dei sindacati di base del 17 ottobre con manifestazione a Roma

Giorno 15 ottobre, Assemblea di Ateneo, Facoltà di Lettere, ore 17

Prossimi appuntamenti in preparazione al 15 (il primo, il più importante):
- lunedì 13, ore 17: Facoltà di Scienze politiche (aula da definirsi)
- martedì 14, ore 16: Facoltà di Giurisprudenza
- martedì 14, ore 14: Facoltà di Scienze della formazione


(gli orari delle assemblee potranno essere rivisti se non sono
disponibili aule)


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10 ottobre 2008

Che culo! Che sfiga...

Inevitabile che accada. Nel momento in cui un sistema mostra il fianco (e non solo), lasciando comprendere anche al più sprovveduto osservatore di essere al collasso, è difficile evitare che si ceda al fatalismo ed alla superstizione.

È per questo che, di fronte alla disastrosa condizione in cui versa Trenitalia, il passeggero medio si ritrova ad affidarsi a calcoli cabalistici ed astrologici per terminare poi col considerare un capriccio del destino la possibilità di beccare un treno in orario.

La (presunta) normalità cambia dunque prospettiva e si tramuta, a livello di percezione, nel proverbiale "colpo di fortuna".

Per chi vuole consolarsi, oppure rodersi al meglio il fegato sapendo che esiste qualcuno che conosce i tuoi problemi (aaahh l'adorato mondo della masochista e autocompiaciuta sinistra italiana), il Magazine del Corriere della Sera in edicola da ieri pubblica un bel reportage sulla situazione di Trenitalia a cura di Stefania Ulivi e Sergio Rizzo. Due begli articoli di inchiesta, supportati da un serio lavoro giornalistico (altra cosa che in Italia rientra ormai nella categoria della fortuna).

E per chi invece non ne volesse più sapere dei treni, si può sempre scegliere di comprarsi un'auto a metano (che si risparmia pure, statistiche alla mano). Con buona pace delle teorie sociologiche sul passaggio al trasporto su gomma e dei nostalgici delle Ferrovie dello Stato come Marco Paolini (e come me).

D'altronde, lo stesso Paolini insegna, questi disservizi (con tutte le loro conseguenze al seguito) rappresentano il prezzo da pagare quando si smette di concepire il proprio lavoro come servizio pubblico ed il passeggero si tramuta in cliente. Privatizzazione vuol dire proprio questo.

E allora, che culo!, dirottiamoci sulla gomma.
E se non avete i soldi per comprarvi una macchina? Eeehhh, che sfiga...

Vittorio Martone


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08 ottobre 2008

In rappresentanza di TABARD

Questo è il documento programmatico presentato da Tabard al 'seminario di idee' della lista Bologna Città Libera di sabato scorso 4 ottobre. É un primo approccio al progetto per una diversa politica culturale che Tabard sta elaborando per Bologna. E per le prossime elezioni.

Siamo qui in rappresentanza di Tabard – rivista militante, progetto culturale nato a Bologna nel settembre 2005 in seguito agli attacchi che da più parti venivano mossi al relativismo culturale.

Tabard è una rivista multidisciplinare (costituita in gran parte da studenti e dottorandi) impegnata a trattare, di numero in numero, un determinato tema da diverse prospettive: ci siamo finora occupati di “personalità autoritaria”, del postmoderno, della città, del concetto di “declino”. Dato il nostro orizzonte culturale l’appello di “Bologna città libera” non poteva che trovarci disposti al più grande ascolto, dopo anni di attese deluse e frustrate a causa di un sindaco che ha incarnato principi antitetici rispetto a quelli nei quali ci riconosciamo. Vicini, crediamo, all’orientamento ideologico del nuovo movimento, siamo qui per portare un contributo negli ambiti che ci sono più congeniali: (il traffico!) l’ambito culturale, in quanto esponenti di quella classe intellettuale costretta a confrontarsi col disconoscimento del proprio ruolo da parte di quelle istituzioni che pure (e tanto più in una città come Bologna) si dimostrano, in campagna elettorale, cariche di buoni propositi (pronti però subito a svanire nell’ordinaria amministrazione della politica comunale); l’ambito generazionale in quanto persone aventi fra i 24 e i 27 anni, ovvero quella generazione frustrata ed “esclusa”: esclusa dalla possibilità di una vita dignitosa fatta di un lavoro stabile, giustamente retribuito e conforme alle proprie competenze, una generazione informata della più banale della speranze: quella che il domani sia migliore dell’oggi; una generazione fatta al contempo oggetto di appelli paternalistici; una generazione privata del tempo (tempo per l’impegno, tempo per la partecipazione, tempo per la passione) perché “s-fondata” dal lavoro. Si dirà che queste cose non pertengono ad una amministrazione comunale, ma Cofferati ci aveva illuso invitandoci a pensare in grande: “Bologna città del futuro”, “Bologna città dei diritti”. È per questo che siamo qui: perché abbiamo creduto, come molti dei presenti, alle 105 pagine del programma di Cofferati, e crediamo che sia un programma realizzabile, ma crediamo soprattutto che sia possibile realizzarlo attraverso “Bologna città libera”. In quel programma sono contenute la gran parte delle nostre proposte (e non solo nei due ambiti prima indicati).

Solo qualche esempio:

p. 6 : “Bologna ha bisogno di una programmazione culturale alta, capace di intrecciare la complessità sociale, l’innovazione tecnologica e la potenzialità culturale che le è propria”

p. 23: “Bisogna creare spazi per l’autoproduzione giovanile, bisogna investire in nuovi spazi espositivi, con una articolazione che consenta di ospitare sia grandi che piccoli eventi, che consentano grandi e piccole produzioni”

p. 28: “a proposito dei centri sociali giovanili, visti come il risultato del bisogno di stare insieme per difendere e dare maggiore efficacia ai diritti individuali che si potenziano nello scambio e nella reciprocità dei rapporti, è allo studio l’ipotesi di varare una sorta di sala stampa in cui i centri possano trovare le opportunità che consentano loro di produrre e ricevere comunicazione (organizzare discussioni, riunirsi, tenere conferenze stampa, ciclostilare fogli informativi, ecc.)”

Vogliamo tornare a proporre queste cose, vogliamo far sì che non si rovescino, come successo, nel loro contrario:

Si è partiti dicendo che

p. 7: “la politica degli enti locali bolognesi pur nelle competenze limitate che la normativa (Bossi-Fini) assegna a Comuni e Provincia deve concretamente dimostrare una visione alternativa a quella della destra, operando per il superamento del cpt di via Mattei, individuando soluzioni alternative che ne permettano la chiusura”.

Noi vogliamo realmente il superamento del cpt di via Mattei, e non il compiacimento per l’invio di soldati a presidiare i suoi confini.

Si è partiti auspicando:

p. 12: “un progetto organico” che coinvolgesse “università ed organizzazioni economiche per trattenere a Bologna una parte significativa del grande potenziale intellettuale e umano rappresentato dagli studenti”

e si è finito col definire la città assediata ed “espropriata” dagli studenti che vivono piazza Verdi, additandoli come una delle principali cause del degrado.

Cavallo di battaglia della campagna elettorale di Cofferati è stata l’idea di una partecipazione politica che si realizzasse dal “basso”, coinvolgendo le forze sociali e le associazioni di volontariato, e si è rovesciata, e parliamo ora solo dell’ambito culturale, nell’esaltazione degli eventi istituzionali e delle personalità che sono i rappresentanti culturali del potere politico di questa città. La cultura è stata il mezzo mediante il quale il potere ha esaltato se stesso, la vetrina in cui mostrarsi in tutto il suo splendore.

Contro tutto questo Tabard si aggrega al progetto di “Bologna città libera” e produrrà nei prossimi mesi, contrariamente alle sue abitudini, uno speciale numero d’inchiesta dedicato a queste specifiche tematiche: una serie di proposte per la Bologna che vorremmo.


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09 settembre 2008

No Steiner No Cry!


L’album mediatico di questa estate vorrebbe essere il classico album, maschile e maschilista, di sport e di guerra.

Europei Olimpiadi sciovinismo nazionalista boicottaggi vari (tanto sbandierati, ma poi praticati in modo tardivo, laterale, ipocrita).
I muscoli di Phelps le piume di Bolt le pagaiate di Josefa Idem (e Roma-Napoli).
I militari per strada (e Roma-Napoli).
Cina contro Tibet Italia e Libia contro i migranti Ossezia del Sud Abkhazia e Russia contro la Georgia (e contro gli Stati Uniti – o viceversa).

Ma c’è una notizia che non centra nulla con tutto questo, che nella sua quotidianità, nella sua piccolezza e nel suo ridicolo sorpassa tutte le altre iperbolerie e si impone all’attenzione, quantomeno nei salotti bene – che non sono mai da trascurare, con tutto il male che dicono e che fanno....

“Il critico letterario George Steiner non sopporta i suoi vicini giamaicani di Londra, perchè passano le loro giornate ad ascoltare reggae e rock and roll a palla, a volumi insostenibili per le sue orecchie abituate a Schubert, e per questo si trasferisce a Cambridge. Poi rilascia un’intervista al Pais e si giustifica, dicendo che agire in questo modo non è sintomo di razzismo.”

Apriti cielo: una serie infinita di commentatori benpensanti condannano Steiner, una schiera non meno nutrita – ormai! – di editorialisti che dichiarano di non “abboccare” alla retorica del politicamente corretto lo difendono (non ultimo un altro insospettabile, Ferdinando Camon, sulla Stampa).

Come diceva spesso e volentieri una mia professoressa del liceo, indulgendo nell’errore per una qualche remota esigenza didattica a lunga gittata: “è ora di finiamola”.

È ora di finiamola con chi subodora razzismo e xenofobia ogni volta che ci si pone in modo diverso dalla vulgata tollerante, per l’aver toccato con mano i vantaggi ma anche gli svantaggi della cosiddetta ‘convivenza interculturale’. Tacciare di razzismo posizioni diverse dalle proprie è proprio questo: tacciare.
Non una grande base, né di dialogo né di conflitto.
(Una posizione molto arguta è stata quella del professor Robert Berkeley, esperto londinese di pari opportunità, giustamente riportata dal Corriere: “Penso che un individuo faccia bene a riconoscere le proprie pulsioni razziste, per poterle affrontare. Parlarne come fa Steiner è utile a tenere vivo il dibattito, sempre che non si prenda di mira una comunità come ha fatto lui”).

È ora di finiamola, però, anche e soprattutto con chi non sopporta il buonismo e il politically correct, e lo fa per principio. Dai Ferrara ai Battista giù giù fino ai “moderati di sinistra” (e giù giù forse fino a Steiner). Anche qui la parola è rivelatrice: chi non accetta il politicamente corretto per principio, vuole per contro poter agire fuori dalla correttezza politica.
E la correttezza, una volta, non era qualcosa di tanto forte da potersi assimilare a un ‘valore’, nell’agone politico, però a qualcosa indubbiamente serviva... Della serie: non eravamo così populisti...

Non accettiamo più neppure il giustificazionismo: chi dice “non sono razzista ma...” evidenzia un’attitudine razzista, che poi vuole mascherare, con un abile gioco linguistico (perché essere razzisti al giorno d’oggi nessuno lo vuole e lo può essere) ma che rimane latente in ogni suo discorso. “Non sono razzista ma...” vuol dire “non voglio apparire razzista ma temo che quello che dirò di seguito mi collocherà automaticamente o mi potrebbe far collocare nel campo del razzismo, e non mi voglio assumere questa responsabilità”. Si dica piuttosto, se si sente davvero questa coazione sociale a non dichiararsi razzisti: “Io non sono razzista e penso che...”
Un cambiamento retorico che potrebbe essere, credo, di peso.

Con le ultime osservazioni si spiega, secondo me, anche il razzismo sotteso alle parole di Steiner. Steiner ha fatto benissimo a traslocare in altro posto, volendo e potendo cambiare le proprie condizioni di vita. Ma che lo giustifichi, e senta il dovere di farlo, etnicizzando le cause del suo disagio, questo sì che sa, neanche troppo velatamente, di razzismo.

In effetti, lo stereotipo del vicino giamaicano rumoroso, festaiolo e alcolizzato (oltre che sporco, povero e criminale) spopolava a Londra già dai tempi di Notting Hill, negli anni Sessanta e Settanta. Qui trova una sua nuova incarnazione: perché il disagio di Steiner dovrebbe essere imputabile in toto ai “giamaicani”? Se avesse avuto dei vicini di casa neofascisti con la passione dell’heavy metal o dei vecchietti americani mezzo sordi con la passione del country, le sue orecchie affinate grazie all’ascolto di Schubert o di Brahms non ne avrebbero avuto lo stesso disturbo?

La distinzione, se c’è, tra le due situazioni è di ordine economico: come si legge nella messe di articoli derivata da questa, peraltro bella, a tratti splendida, intervista a tutto campo di Steiner al País, il fatto di vivere vicino a dei giamaicani stava deprezzando enormemente il valore di casa Steiner – un po’ quello che succede con i campi nomadi in Italia: Steiner perlomeno ha avuto il buon gusto, fin troppo relativista e umanista, direbbe un Marcello Pera, di non dare fuoco alla casa dei vicini!...

Tutto di guadagnato, quindi, nell’andare a vivere a Cambridge, lasciando che le politiche inglesi di ghettizzazione urbanistica e sociale facciano nuovamente il loro corso: i giamaicani con i giamaicani, i polacchi con i polacchi e i professori di Cambridge con i professori di Cambridge.

E se poi viene qualcuno (magari un giornalista bianco, maschio, spagnolo, progressista) lo si accoglie con dell’ottimo hummus libanese.

(Fra parentesi, che invidia, Juan Cruz!)

Lorenzo


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15 giugno 2008

Further down the spiral #2

Qual è il significato della pagliacciata pseudo-militarista appena evocata dal governo? Che valore aggiunto può portare alla “sicurezza”, uno sparuto contingente di 2500 soldati sparpagliati sull’intero paese? Apprendiamo dall’articolo odierno di Scalfari, che le forze di sicurezza, tra polizia, carabinieri e finanza arrivano a 300.000 unità. Ma allora perché questi inutilissimi 2500 uomini?

Bisogna constatare che la strategia è purtroppo la solita. Le “plebi” (non mi ricordo chi le definì così tempo fa) vedranno per strada qualche ragazzo in tuta mimetica col mitra in mano, qualche camionetta. Contemporaneamente le tv nazionali faranno per magia sparire il problema sicurezza. Ed eccoci proiettati nel paese della meraviglie. Il governo stavolta ci è stato a sentire. Il problema sicurezza è stato affrontato con rigore. L’esercito. Calci nel culo agli immigrati, finalmente. Ed ecco che le cose cambiano.

Ed ecco il potere della realtà virtuale. Nei giorni immediatamente precedenti il voto per il Comune di Roma, l'ologramma creato dai media nazionali aveva fatto della capitale una sorta di Gotham City, su cui l’ombra di una speranza possibile era soltanto quella lunga e nera del solito Batman, che poi è stato puntualmente eletto.

Beh, auguriamo alle masse xenofobe con la bocca schiumante di godersi la messa in scena. Nel frattempo assistiamo al desolante spettacolo di un parlamento dove sembra non ci sia neanche più opposizione. Ogni tanto Di Pietro si alza a fare qualche discorso alla Matteotti, da cui traspare un paralizzante senso di frustrazione e impotenza, che è anche il nostro. Eppure… (ma può un nietzscheano votare per un partito che si chiama “L’Italia dei valori”?!? Mah…)

Achille


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14 maggio 2008

Further down the spiral

Ieri, a Napoli, è stato raggiunto il punto più basso e purtroppo sarà sempre peggio. È successo quello che troppe persone che hanno responsabilità politiche volevano che succedesse: nel quartiere di Ponticelli sono stati incendiati due accampamenti di profughi (di etnia rom, quindi chiamati campi rom o campi nomadi) da cittadini infuriati per un supposto tentato crimine (assai poco credibile) attribuito ad una giovane ragazza rom. A volere essere sarcastici stupisce che proprio a Ponticelli, quartiere ad alta densità camorristica, la gente sia così suscettible al crimine, a volere essere seri posso solo esprimere il mio più profondo disprezzo per queste persone.

Mi vergogno di loro e per loro, che non sanno farlo. E sono terrorizzato dal clima instauratosi in questa terribile Italia: Maroni, la Moratti, Tosi, Penati, Domenici hanno programmi chiari, sono decisi e sanno che sarannno altri a completare la loro opera di annientamento al di fuori delle leggi che limitano i loro poteri. Io li odio.

Finisco citando Moni Ovadia:
"Tutti coloro che attaccano e insultano i Rom esordiscono dicendo di non essere razzisti: invece sono sempre e solo dei fottuti razzisti. Per noi l'altro è sempre ingombrate, basta assistere a una qualsiasi riunione di condminio. Ma oggi il più ingombrante di tutti è l'immigrato e, soprattutto i Rom, che vengono attaccati in tutto il paese. Ma se Gesù tornasse oggi, rinascerebbe in una sezione della Lega Nord o in un accampamento di nomadi?"

Davide


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06 maggio 2008

Gianfranco fasci sognare!

"Da un lato di una strada c’è un pestaggio efferato e violentissimo e dall’altro qualcuno che brucia una bandiera (scegliete voi la bandiera più cara che avete), bene, Fini si getterebbe a fermare il secondo." (via artefatti)

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29 aprile 2008

Roma antica ruina

Mi sembra che quasi tutte le analisi politiche su questa sconfitta trascurino un punto fondamentale. Le destre hanno vinto grazie ai media. Strano come il tema sia sparito, come ci si affanni, da marxisti ortodossi, a cercare cause strutturali a questa sconfitta. A indagare il “tradimento” della sinistra estremista. A sondare il malcontento delle valli del nord…

Smettiamola per un momento, e pronunciamo una parola: regime. Ripetiamola: regime. Prendiamo uno sterminato e organizzato potere mediatico. Prendiamo un’immensa massa di persone che è stata espropriata dalla storia recente di ogni solidarietà o coscienza di classe (ormai ridotta a “plebe”, nell’accezione politica del termine ☺, come si giustifica Mauro), e ben al di sotto della minima capacità critica. Facciamo 1+1.

Diciamoci la verità: Alemanno ha vinto perché i media hanno amplificato a dismisura la storia dello stupro, dell’omicidio di Verona ecc. È chiaro che a questo punto il fascista duro e puro può presentarsi come padre della patria. E poi, io dico regime perché non ci troviamo più di fronte ad un semplice orientamento politico dei media. Qui assistiamo al dispiegamento sistematico di un vero apparato organizzativo dell’informazione. La strategia di 5 tg su 6 è coordinata a livello centralizzato, e l’ha dimostrato l’inchiesta prontamente insabbiata di pochi mesi fa. Qui ci sono uomini con lo specifico incarico di stabilire le linee che i giornalacci dovranno seguire, compresi i magazine tv e scandalistici. Qui c’è chi dice quali notizie devono andare e quali no. Qui, e lo hanno ammesso candidamente i diretti interessati, cosa che avrebbe causato quantomeno scalpore in altri paesi europei, c’è una persona appositamente incaricata di vagliare quali foto di Berlusconi siano pubblicabili e quali no.

Non è più di moda parlare di conflitto di interessi, una cosa ovvia in questo paese. Mi si dirà che esagero. E va bene.
Ma non credo sarà facile venirne fuori nei prossimi anni. Non credo che una parte politica che disponga di questo potere mediatico, ulteriormente rafforzato e ottimizzato in altri 5 anni di governo, possa mai perdere le elezioni. Un tempo ero più ottimista, ero convinto del fatto che non si potesse convincere la gente che sta male di non stare male. Ma il potere mediatico non fa questo. Il potere mediatico incanala l’odio, e crea nemici. Sfrutta la paura, gli istinti bestiali, cavalca la volontà di potenza degli ultimi, degli oppressi, il desiderio bruto di potere di coloro che dal potere sono quotidianamente schiacciati.
E con questa arma si vince sempre.

A questo punto per sdrammatizzare pensiamo tutti insieme a Jerry Calà che organizza l’estate romana.
Pensiamo alla prossima festa del cinema di Roma, diretta da Luca Barbareschi e Enrico Montesano… e alla folla festante sulle note di Maracaibo.

achille


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26 aprile 2008

Sinistra... parlamentare


Posto, con un po' di ritardo, da fuoriluogo

E elezioni furono, e il Nepal sembra aver deciso di diventare un nuovo stato socialista. Nonostante un morto, alcuni pestaggi e alcuni presunti brogli, le elezioni, a detta di Ian Martin, rappresentante del Segretetario Generale dell'ONU in Nepal, sono state un successo.

E sembra e ripeto, sembra, che il Partito Comunista Nepalese – Maoista, abbia sbaragliato la concorrenza. Si profila una schiacciante vittoria, al di là di tutte le previsioni e lasciando senza parole molti osservatori internazionali e non. Un diplomatico danese la notte precedente al voto ci ripeteva, come già molti a Kathmandu, "vedrete che i problemi inizieranno quando i Maosti non prenderanno i voti che si aspettano". Ne hanno presi di più.

Vista dal basso, da queste aree rurali che sono rosse senza farlo vedere, il risultato non stupisce. Quello che sembra più strano è quanto la gente, lassù in alto, abbia ancora una volta considerato i Maoisti attori politici non credibili. Si diceva "Prachanda, il leader maximo, forse non verrà nemmeno eletto". Si scriveva, "perché il PCN-M possa diventare un vero partito democratico deve essere pronto ad accettare la sconfitta che si sta profilando".

Quando poi l'accordo elettorale tra PCN-M e lo storico e vecchio Partito Comunista Nepalese – Unione Marxista Leninista era fallito, si sorrideva e ci si preparava a contenere la rabbia dei Maoisti. "Un voto di rifiuto. Un voto per il cambiamento. Un voto contro i vecchi partiti corrotti". Ora la gente che non credeva inizia a ricucire relazioni con i nuovi vincitori.

Quello che più stupisce però è che i Maoisti sono stati ancora una volta sottovalutati e, con loro, la maggioranza, pare, dei nepalesi. Questo voto sembra dimostrare ancora una volta che le caste più alte, i vecchi uomini di potere, hanno perso il controllo della loro gente perché non sono più in grado di interpretare i loro bisogni e desideri. Se mai lo sono stati, oggi hanno dimostrato di essere molto lontani dalle persone su cui avrebbero voluto governare. Non intuendo quest'esodo a sinistra, osservatori internazionali e nepalesi hanno preparato la strada a quella che dovrebbe essere una vittoria storica per il Nepal, un cambio radicale rispetto al vecchio regime monarchico. Che serva da lezione a qualche altro paese in Europa vicino alle elezioni?

Lal Salam a tutti, qui è tempo di festeggiamenti, finalmente.

11 aprile 2008


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17 aprile 2008

Secolarizzazione, Ermeneutica, Nichilismo

"La giustizia deve accettare la sfida della postmodernità"

(Roberto Castelli - Apertura dell'anno giudiziario 2003)

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14 aprile 2008

...e anche la tua pietà gli è nemica



Ah, la morale è: Totò e Ninetto continueranno sempre a mangiarsi il corvo...

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01 aprile 2008

Perché le città mangiano le donne(?)



Alle elementari ci veniva insegnato che i nomi di città “vanno sempre al femminile”. E per imprimerci meglio questa regola nel cervello la maestra faceva ricorso, con prodigi di mnemotecnica, ad esempi come “La dotta (o la grassa) Bologna”, “La ricca Milano”, “La rossa Livorno”, “La bella Napoli” (sì, lo so, è anche il nome di una marea di pizzerie). Forse si comincia così a fare i conti con queste entità femminee che sono le città e magari

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31 marzo 2008

Allam (non) è grande

Nei tempi che ci sono toccati – di ritorno delle religioni, più che di ritorno del religioso – il secondo grado – Tabard si metta pure, è il caso di dirlo, l’anima in pace... – non può che essere quello della conversione. Nei tempi della vita-spettacolo, poi, la conversione religiosa è cosa pubblica, in quanto evento facilmente mediatizzabile e mediatizzato. A volte, é anche cosa politica.

Su questa riflessione sembra incardinarsi una recente riflessione di Furio Colombo sulla conversione pasquale, con tanto di battesimo e cresima, di Magdi Allam, oggi Magdi Cristiano Allam. È un’analisi fondata in realtà sulla disamina di un altro fenomeno, che Colombo ritiene, forse giustamente, ben più pregnante: la condotta politica della Chiesa durante il papato di Joseph Ratzinger.

Secondo Colombo, il Vaticano si sarebbe progressivamente orientato, in modo sempre più aperto, contro l’ebraismo e contro l’Islam. Prova ne sarebbero, quanto all’anti-giudaismo, la rinuncia al suo posto del patriarca latino di Gerusalemme, M. Sabbah, un palestinese “logicamente filo-palestinese” (benedetta tautologia!), che tra le altre cose avrebbe addirittura dichiarato, nel discorso d’addio: “Il Medio Oriente ha bisogno di uomini di pace. Israele non ne ha. Da Israele non può venire la pace”; la non-menzione di Israele (sostituito da una più blanda e multilaterale definizione di “Terrasanta”) tra i posti del mondo che hanno un forte bisogno di pacificazione, nella preghiera pasquale, e – aggiungiamo, per non venir meno al nostro dovere di catechismo delle masse... – la riformulazione della preghiera per gli Ebrei del Venerdì santo, di cui si può leggere il riassunto wikipediano qui.

Tutto questo livore antiebraico si unirebbe poi alla conversione dell’intellettuale islamico moderato, che sarebbe rivolta invece contro l’Islam, nel tentativo di disgregare la Umma, mettendola in contraddizione con se stessa.
Un assalto senza precedenti alla fede altrui, non c’è che dire...

Vorrei discostarmi da questa teoria, che non etichetto affatto di “laicismo”, come fanno i corsivisti del Riformista e dell’Avvenire, e non soltanto per mancanza di affinità elettive con questi signori. Mi sembra solo una teoria iperbolica – non visionaria, allucinata, o, chissà, perversa.

Iperbolica.
Benedetto XVI, è vero, ha calpestato in vario modo l’ecumenismo del papa suo predecessore, ma non sta complottando contro le altre fedi monoteiste e i loro credenti. I fatti riportati – il discorso d’addio, dovuto all’abbandono della carica per raggiunti limiti di età, di un vescovo, seppure vescovo di Gerusalemme; le definizioni utilizzate in due preghiere, al posto di altre comunque non dissimili, o diverse, ma per alcune sfumature molto deboli; la conversione, per quanto simbolica, di una persona – non mi sembrano cosa da novello crociato.

Ben più rilevante, in tutta questa storia, mi sembra ciò che Magdi Allam ha scritto e continuerà a scrivere, sul Corriere della Sera e nei suoi libri. Come affermato ad esempio con chiarezza lapidaria da Rita Guma, appartenente alla onlus “Osservatorio sulla legalità”, la conversione di Magdi Allam è anche un cambio definitivo di campo, una chiarificazione sulle sue posizioni in merito alle guerre americane in Medio Oriente, sul terrorismo e sul ruolo della religione islamica in questo nostro scenario economico e politico. Magdi Allam non è, o non è soltanto, un musulmano che si è ribellato contro le ristrettezze religiose e ideologiche dalle quali è uscito, approdando in Italia; è anche un commentatore politico e culturale dichiaratamente filo-americano (nel senso deleterio di questa ormai deleteria definizione), che, da specialista del mondo arabo, ha indotto la semplificazione sul mondo islamico ai suoi lettori invece di favorirne una conoscenza articolata.

Dico, se n’è accorta pure Afef.
Magdi Allam mi ha ricordato le ultime posizioni, altrettanto radicali e anti-musulmane, ma soprattutto anti-intelligenti, di Salman Rushdie, il quale ha recentemente riscritto un suo famoso articolo (“Mia cara piccola seimiliardesima persona vivente”). A suo tempo, Rushdie, pur forte di una critica illuminista a tutte le religioni, negava importanza allo scontro di civiltà; oggi si è spostato su posizioni più marcatamente huntingtoniane – per non dire neocon, quando definisce “fascista” tutto il mondo islamico, senza distinzioni di sorta.

Allam e Rushdie sono stati e sono due perseguitati in nome della religione, questo non lo si vuole negare. Ma è appunto qualcosa che è fatto strumentalmente “in nome di”, non che promana dall’essenza di questi culti.

Non voglio insomma fare anche qui della polemichetta sulla strumentalità del gesto di Magdi Cristiano Allam e delle sue circostanze. Credo che per la persona Magdi Allam questo abbia significato molto e voglio rispettare la sua scelta.

Molto importante mi sembra, allo stesso tempo, accordare cittadinanza, ora e in futuro, alle molteplici facce della religione islamica che non si presentano, né mai si presenteranno, con il coltello tra i denti; ricordare che l’etichetta dell’altro come “nazifascista” è servile soltanto a un certo tipo di propaganda guerrafondaia, innestata ancora, a sessant’anni di distanza, sui ricordi della seconda guerra mondiale; pensare a costruire ponti tra le parti in causa, non deridere i pontieri o, peggio, cambiare parte affermando più o meno convintamente la superiorità della nuova scelta.

E cristallizzando l’esperienza del passato nello stereotipo.

Lorenzo M.


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