01 luglio 2009
25 giugno 2009
...Mao III...

(Come sempre, i vuoti di memoria di Alberto Piccinini, sul Manifesto, sono pieni di memoria... Almeno loro.)
Mao: «Gli scambi tra i nostri paesi al momento sono davvero miseri. Bisogna incrementarli. Sapete, la Cina è un paese molto povero. Quel che abbiamo in eccesso sono le donne».
(Risate)
Kissinger: «Per quelle non ci sono quote e neppure dazi».
Mao: «Se volete ve ne possiamo dare un po'...»
(ride).
Zhou En Lai: «Naturalmente, su base volontaria».
Mao: «Lasciate che vengano da voi. Faranno disastri. E ci libererete di un peso...» (Risate)
(...)
Mao: «Volete le nostre donne cinesi? Ve ne possiamo dare dieci milioni».
(Risate, in specie tra le traduttrici).
Kissinger: «Il presidente rilancia».
Mao: «Per voi sarà un disastro».
(...)
Kissinger: «Studieremo la loro utilizzazione e collocazione».
Mao: «Se chiediamo loro di andare credo che lo faranno».
Zhou: «Non è detto».
Mao: «Colpa delle idee feudali, dello sciovinismo diffuso in tutta la nazione». Kissinger: «Saremo pronti a riceverle».
Mao (alle traduttrici): «Ragazze, oggi mi sono lasciato andare a delle stupidaggini per le quali dovrò chiedere il perdono delle donne cinesi».
["The Kissinger Transcripts", conversazione del 17 febbraio 1973 a Pechino. Resa pubblica nel 2008.)
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08 maggio 2009
Giornate storiche...

Era gia' un po' di tempo, infatti, che non si vedevano delle deportazioni verso campi di concentramento fuori dall'Italia con tanto di avallo ufficiale e comunicato di rito.
(Mamadou ne sapeva gia' prima, comunque.)
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26 aprile 2009
Onna Zero

Anche quando un crollo si presenta come totale, diventando il crollo, la Catastrofe per eccellenza, l'immagine stessa della Tabula Rasa, ci sono sempre macerie, detriti, frammenti, da lasciar raffreddare, raccogliere e inventariare, per poterne meglio gestire l'impatto, per poterne parlare meglio, il giorno dopo.
Elementi che permettono di ripartire, verso una – sempre possibile – ricostruzione.
[ Regola, questa, dalla quale Ground Zero é sembrata inizialmente discostarsi, ma dalla quale ora non puó piú esimersi: anzi, la propaganda militare nata sulle ceneri ancora fumanti del WTC, che ora possiamo, che ora siamo internazionalmente legittimati, a guardare e giudicare come processo storico (cosa che pure, ottimisticamente, ottimisticamente come solo dei cretini, non facciamo...), la propaganda militare - si diceva - ha raddoppiato la sua capacitá retorica proprio per il fatto di essersi innestata su una Terra Zero, che poi é stata nascosta, invisibilizzata, che non é stata mostrata mai in quanto tale (se non, forse, nella sua venticinquesima ora - ma soltanto per alcuni fotogrammi...) e ha garantito, con la sua assenza, un effetto di presenza moltiplicato ad infinitum, talmente forte da giustificare l'esercizio e la perpetuazione della Violenza. ]
Comunque sia, il fatto che, con questo cappello introduttivo, si voleva (ri)portare alla luce é che gradi zero della storia non se ne danno, né se ne possono dare, per il momento.
Certo, rimane l'idea non ancora realizzata, e difatto impensabile, della distruzione nucleare.
Ma se non sappiamo, almeno intuiamo cos'é, e ci guardiamo bene dal causarla.
("Bene"? Forse no, a giudicare, nonostante certo trionfalismo tutto di casa nostra, dall'ultima conferenza di Roma sul disarmo nucleare, con offerte risibili provenienti dai principali detentori di armamenti nucleari...)
Ne consegue che, per annichilire una creatura, una presenza, una storia, specie se sentita come "nemica", e costruita in quanto tale, ricorriamo ancora - e sempre "per il momento", minacciosamente... - ad altre vie, altri metodi.
Ne cancelliamo la memoria: cosa assai piú facile, e sostanzialmente indolore.
(E poi succeda quel che succeda, cfr. le parole di Hitler sul genocidio armeno.)
Se, in aggiunta, questo effacement si traveste da riscrittura, revisione, cambio di prospettiva, uscita da un canone interpretativo, fine di un dogmatismo, accontentiamo anche un certo sentire intellettuale comune, che in realtá é solo sentire comune, punto e basta... ché d'intellettuale c'é poco...
E arriviamo a compiacercene.
Per questi motivi, e per altri a seguire, le dichiarazioni venticinquoaprilesche di Silvio Berlusconi ad Onna, pur nella loro novitá, rispetto a tutta una carriera politica costituitasi, fino a pochi giorni fa nello sprezzo di questa ricorrenza, definita di parte perché mai sentita come propria, e sempre snobbata, non devono sorprendere, né lusingare.
(E lasciamo che i partigiani della brigata Majella 'decorino' chi non merita decorazioni: lasciamo che mettano bandiera, e che della Proprietá, in qualche modo, si approprino...)
Al sodo.
Il rispetto per le vittime non implica equidistanza, neutralita', indifferenza - certamente.
Ne consegue che una legge dello Stato italiano non puo' parificare la condizione dei combattenti partigiani e dei repubblichini, garantendo a tutti gli uomini in armi tra 1940 e 1945 lo stesso vitalizio. Il ddl sara' ritirato - benissimo.
Che dire, peró, del piccolo scivolamento, istituzionale o meno non importa poi molto, che si e' avuto dalla Festa della Liberazione alla Festa della Libertá (alla Festa delle Libertá)? Un discorso fortemente simbolico come quello di Onna e' stato accuratamente preparato a tavolino, non lo si dimentichi...
Che dire dell'accento su una Costituzione, antifascista e democratica, da cambiare, questa volta per venire incontro al cambiamento dei tempi, prefigurato e voluto, deo gratias, da una persona sola, il padre padrone di cui parla Scalfari nel suo editoriale domenicale (finalmente azzeccato)?
Che dire, infine, della scelta di Onna, paese raso dal suolo - ma non del tutto, viste le memorie che ne riemergono - da un terremoto venti giorni fa, e che prima di questa terribile - ma non fatidica - data aveva conservato, nell'imposizione di un silenzio generale e generalizzato (ovvero: quanti altri Paesi, nel centro-nord, come Onna?), il ricordo dell'eccidio nazifascista di 65 anni fa (17 vittime innocenti, l'11 giugno 1944)?
E la domanda principale: cosa rimane di Onna?
Niente?
Ovvero: d'ora in poi sará soltanto il luogo simbolico del disgelo tra Berlusconi e Franceschini?
(Del breve passaggio benedicente di un Casini?)
É la prospettiva di un mondo piccolo, troppo piccolo, mentre si continua a perdere la memoria di ció che é stata la seconda guerra mondiale, e il ventennio – memoria che stava anche nel racconto di quella popolazione anziana che ora, a Onna, non é piú...
Memoria che servirebbe oggi a creare un vero disgelo (per una primavera di lotta politica, rinnovata e finalmente sana) perché conterrebbe le parole del trauma, della dittatura e della guerra, necessarie a spezzare le catene di certo ideologismo che la destra é brava a occultare, rendendo naturale, e a cui la sinistra radicale, oggi dipietrista (sic!), ricorre ormai con parole che anche lo Stantio degli Stantii definisce, con colpo geniale, ‘stantie’.
(Capiremmo, forse, anche l’ironia di Vauro, l’ironia fredda di chi riesce a raccogliere le macerie e a dargli il nome piú sinistro, ma piú preciso, perché scientifico, e rilevante:
AUMENTO DELLE CUBATURE.
Direbbe Santoro, uno che bisognerebbe ascoltare prima di contraddire: potrebbe cominciare, ma in fin dei conti non puó, con Onna e il Discorso del Padre Padrone, un anno zero.)
Lorenzo
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01 aprile 2009
BARTLEBY NON ERA ANTAGONISTA - BARLEBY É ANTAGONISTA!

Se non si vuole, o non si puó, suonare il piffero per la rivoluzione, non si pretenda peró, allo stesso tempo, mettere il puntino sulle i alle dichiarazioni e ai posizionamenti dei movimenti...
É una posizione piú che ragionevole, sí...
E cosí, la decisione dell'Onda di chiamare Bartleby il nuovo spazio liberato di via Capo di Lucca 30, Bologna, potrebbe smuovere le viscere di una critica trinariciuta, e anche quelle di una critica militante (...perché no?) ugualmente stantia e ugualmente trinariciuta.
Intitolare uno spazio-laboratorio allo scrivano piú famoso della storia della letteratura, identificato con la sua frasetta succinta, ma assai potente (anzi, frutto di un annullamento talmente radicale da originare una potenza pura, assoluta, stando ad Agamben): “Preferirei di no.” (I would prefer not to.) é segno indelebile della riuscita penetrazione mitologica di questa costruzione letteraria e sua piú sinistra manipolazione: effetto di un abbassamento, di un appiattimento, di un'appropriazione linguistica con sfumature di schiavismo, di annichilimento.
...Bartleby trasformato in un antagonista radicale, insomma? No. (..No, perdinci!)
Ed é questo, malgrado tutto, il punto dove l'operazione colpisce nel segno, articolando, nel proprio piccolo, un nuovo immaginario.
Bartleby non é un antagonista, perché Bartleby non dice, o non dice soltanto: “Preferirei di no”. La sua lotta contro il sistema non é affatto una lotta: é lo sfondamento nel metafisico che toglie ragioni all'esistenza dell'ordine, di un qualsiasi ordine - cui, peraltro, Bartleby avrá l’onore e l’onere di non poter, di non dover tornare.
Bartleby, insomma, é qualcosa di diverso, e per fortuna.
(Per la fortuna, nel caso specifico, delle mie tre narici...)
E in ogni caso, l'operazione metonimica che ce lo rende ora compagno di viaggio rende conto anche della possibilitá di nuova interpretazione, di una manipolazione creativa che liberando (dalla schiavitú dell’inutilizzo e dell’abbandono della Grande Madre Universitá) nuovi spazi garantisce il proseguimento e la riarticolazione della protesta dell'Onda, togliendo mordente a chi parla di Guerriglia per poter giustificare la Repressione, a chi instaura, ha gia’ instaurato forme di potere autoritarie.
Passi, quindi, la reazione violenta sul nostro, di immaginario: questo Bartleby ricorda un altro Bartleby che in qualche modo ce l’ha fatta.
E questa Onda ricorda un’altra onda che in qualche modo ha passato la nuttata, ha passato l'inverno e, schiumando via l'immagine stessa di onda che le si é applicata, untuosamente, si appresta a muoversi anche in primavera, e soprattutto in estate.
(Bartleby é uno dei ggiovani, i ggiovani dell’esercito del surf? Forse...)
Lorenzo
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30 marzo 2009
derelitti e delle pene...

Il 14 febbraio scorso, al parco della Caffarella di Roma, si è consumato un crimine efferato quanto odioso. Una coppia di adolescenti, appartatasi a festeggiare con effusioni il proprio san Valentino, è stata rapinata: come tutti sanno, lui ha subito un pestaggio gratuito, mentre lei, appena quattordicenne, è stata violentata da entrambi i banditi.
Un mese e mezzo prima la capitale era stata teatro di un altro (presunto) caso di stupro. Il 1 gennaio una giovane ragazza ha denunciato di essere stata violentata durante i festeggiamenti per la notte di san Silvestro.
I due episodi non sono collegati tra di loro, se non per la tipologia di reato e per la reazione che hanno suscitato nell'opinione pubblica.
I due rom fermati per il primo delitto hanno rischiato il linciaggio al momento dell'arresto. Due esponenti del Partito Radicale, la parlamentare Rita Bernardini e Sergio d’Elia, hanno ricevuto centinaia di mail di scherno, ingiurie e minacce per essere andati ad appurare se era veritiera la segnalazione loro pervenuta, la quale sosteneva che i due indagati erano stati malmenati, forse dalla polizia romena, in occasione degli interrogatori. Il loro gesto di attenzione umanitaria e di vigilanza del rispetto della legge era parso inammissibile agli occhi di quanti, a una coppia di stupratori, non riconosceva più diritti o garanzie.
Circa un mese dopo, però, il test del Dna ha completamente scagionato i due arrestati, mentre altre evidenze investigative, relative la ricettazione dei cellulari sottratti alla sventurata coppia di fidanzatini, portava nella direzione di altri due romeni.
Per quanto riguarda il caso della notte di san Silvestro, la vicenda ha assunto connotati tragicomici. Pare che la violenza non ci sia stata, ma che la ragazza, consenziente, sarebbe stata sì percossa, ma per aver deriso il partner incapace di raggiungere una congrua erezione.
Ribadiamo: lo stupro pare non esserci stato. Eppure, quando all'indagato (il mostro!) vennero concessi gli arresti domiciliari, si levò una tale ondata di sdegno che la Lega riuscì a far introdurre nel pacchetto sicurezza che agli inquisiti per violenza sessuale non fossero concesse misure di detenzione alternative al carcere.
Questo centrodestra, guidato dalla Lega in materia di populismo, cavalca senza reticenze l'umorale giustizialismo che prende parte della popolazione di fronte a questa tipologia di reati. Gli esponenti politici dell'attuale maggioranza non dimostrano nessuna fretta nell'indagare e punire dirigenti rei di bancarotta fraudolenta o corruzione, ma, quando si parla di crimini violenti, specialmente se contro donne o bambini, non hanno alcuna pietà.
Intimorisce, però, che anche il centrosinistra (quello rappresentato in parlamento, per lo meno) non sembra immune dalla deriva giustizialista. In special modo l'Italia dei Valori dell'onorevole Di Pietro, su questi temi, si afferma su posizioni molto simili a quelle dei colleghi della maggioranza.
I due episodi presi in esame, però, dimostrano che il garantismo non è un valore politico, bensì di civiltà. Il rispetto della procedura penale e dei diritti del cittadino inquisito, in una democrazia matura, dovrebbero essere condivisi da tutti i partiti di governo, mentre il giustizialismo dovrebbe essere relegato agli strepiti populisti delle sigle minoritarie.
Ci si aspetta, quindi, che una certa classe politica si ricordi che la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, insieme ai limiti nell'impiego della custodia cautelare (per non parlare di principi più ampi, quale il valore stesso da attribuire alla pena), non sono luoghi comuni buonisti, ma fanno parte della Costituzione.
Molte, troppe persone, sciaguratamente, quando vengono commessi certi delitti pensano solo ad accarezzare il calcio della pistola. I presunti colpevoli (specie se stranieri, soprattutto se clandestini) non hanno più diritti, neanche quelli cosiddetti inalienabili, mentre la carità cristiana va a farsi fottere.
Che i nostri politici smettano di seguire i peggiori umori della folla per rincorrere il facile consenso. Rileggano, piuttosto, a partire da "dei delitti e delle pene" del Beccaria, i testi che fondano il moderno diritto penale.
Roberto
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