02 ottobre 2009

Ho visto il nulla. Considerazioni sul calcolo integrale e la fisica quantistica.


Presso un libraio del ghetto di Trieste, casualmente siamo venuti in possesso di alcuni manoscritti di Beniamino Merumeni.
Durante una sua visita al ricovero steineriano a Dornach nel canton ticino, le sue riflessioni lo portarono ad avvicinarsi al calcolo integrale ed alla meccanica quantistica. In una cartellina titolata "Ho visto il nulla. Considerazioni sul calcolo integrale e la fisica quantistica" sono raccolti alcuni articoli scientifici di pregevole fattura. Riportiamo di seg‭uito la traduzione del sommario e l'introduzione dell'articolo "Poli dell'integrale tritroncato e oscillatori anarmonici" (invieremo l'articolo completo via email a chiunque ne faccia richiesta).



Sommario:
I poli delle soluzioni della prima equazione di Durruti sono intimamente legati alla teoria delll'oscillatore cubico. In particolare i poli dell'integrale tritroncato sono in corrispondenza biunivoca con gli oscillatori cubici che ammettono la soluzione contemporanea di due condizioni di quantizzazione. Analizziamo questa coppia di condizioni di quantizzazione sviluppando il metodo semiclassico complesso.


"Poli dell'integrale tritroncato e oscillatori anarmonici"

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19 settembre 2009

Riviste letterarie vs Paese reale - a Firenze, sabato 26 settembre 2009, Foyer del Teatro della Pergola


Incontro-raduno di riviste e fanzine – a cura di Enrico Piscitelli, all’interno di ULTRA, festival della letteratura, in effetti.



Dalle ore 11:30:

[Foyer del Teatro della Pergola]

Minifiera

Espongono/illustrano/vendono/definiscono:

Argo, Colla, Collettivomensa, ernest, finzioni, FoLLeLFo, Il primo amore, inutile. opuscolo letterario, Tabard

Dalle ore 12:00 alle ore 13:30: [Foyer]

letture, video, performance a cura delle riviste presenti.

[Cristina Battaglini, Rino Cavasino, Massimiliano Chiamenti, Ilaria Giannini, Giulia Ottaviano, Daniele Pasquini etc. ]

Dalle ore 15:00 alle ore 16:00:

[Saloncino del Teatro della Pergola]

Incontro: Riviste letterarie vs Paese reale

Nel silenzio assordante del Paese reale, manipoli di giovani e meno giovani dànno vita a progetti culturali: riviste cartacee, e-zine (magazine on-line, che hanno preso il posto delle vecchie fanzine ciclostilate), blog collettivi e collettivi di scrittura. Il tutto col sapore del samizdat sovietico, con la differenza sostanziale che, mentre in Unione Sovietica la diffusione delle idee culturali doveva essere – per forza di cose – clandestina, l’Italia degli Anni zero si limita – semplicemente – a ignorare tutto ciò che non passa per i media tradizionali. Quale volontà spinge a fondare una rivista on-line, o a investire soldi reali per stamparne una cartacea? Perché qualcuno, nell’Italia degli Anni zero, decide ancora di spendere il proprio tempo per offrire delle proposte culturali?

Intervengono e presentano i loro progetti:

Achille Castaldo – Tabard, Valerio Cuccaroni, Giulia Ferrandi, Lorenzo Franceschini – Argo, Sergio Nelli – Il primo amore, Alessandro Romeo e Matteo Scandolin – inutile. opuscolo letterario, Marco Gigliotti, Stefano Peloso, Francesco Sparacino – Colla, Carlo Zuffa – finzioni.


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25 giugno 2009

...Mao III...


(Come sempre, i vuoti di memoria di Alberto Piccinini, sul Manifesto, sono pieni di memoria... Almeno loro.)

Mao: «Gli scambi tra i nostri paesi al momento sono davvero miseri. Bisogna incrementarli. Sapete, la Cina è un paese molto povero. Quel che abbiamo in eccesso sono le donne».
(Risate)
Kissinger: «Per quelle non ci sono quote e neppure dazi».
Mao: «Se volete ve ne possiamo dare un po'...»
(ride).
Zhou En Lai: «Naturalmente, su base volontaria».
Mao: «Lasciate che vengano da voi. Faranno disastri. E ci libererete di un peso...» (Risate)
(...)
Mao: «Volete le nostre donne cinesi? Ve ne possiamo dare dieci milioni».
(Risate, in specie tra le traduttrici).
Kissinger: «Il presidente rilancia».
Mao: «Per voi sarà un disastro».
(...)
Kissinger: «Studieremo la loro utilizzazione e collocazione».
Mao: «Se chiediamo loro di andare credo che lo faranno».
Zhou: «Non è detto».
Mao: «Colpa delle idee feudali, dello sciovinismo diffuso in tutta la nazione». Kissinger: «Saremo pronti a riceverle».

Mao (alle traduttrici): «Ragazze, oggi mi sono lasciato andare a delle stupidaggini per le quali dovrò chiedere il perdono delle donne cinesi».

["The Kissinger Transcripts", conversazione del 17 febbraio 1973 a Pechino. Resa pubblica nel 2008.)

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08 maggio 2009

Giornate storiche...


Era gia' un po' di tempo, infatti, che non si vedevano delle deportazioni verso campi di concentramento fuori dall'Italia con tanto di avallo ufficiale e comunicato di rito.

(Mamadou ne sapeva gia' prima, comunque.)

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24 febbraio 2009

Tremate tremate i barbari son tornati


Tremate tremate i Barbari son tornati.
E Alessandro Baricco, forse inconsapevolmente, li guida: questa volta però si tratta di barbari veri, che non stanno dentro alle nostre mutazioni culturali, che non cambiano lo stesso attraverso la sfida dell’altro, ma che, lancia in resta, intendono portare una guerriglia urbana – e finanziaria – contro l’odiata – e certamente odiosa – civiltà.
Che la vogliono annichilire o, quantomeno, ricoprire di ridicolo.
Baricco, come si può intuire, non nasce guerriero impavido, ma, si sa, la Crisi che sembra avvolgerci ogni giorno di più (o di meno, dipende dalla direzione in cui va il suo côté ancora tutto postmoderno…) produce un fermento continuo e contraddittorio che potrebbe mettere le ali anche a galline e tacchini.
E, purtroppo, mettere un fucile in mano anche a placidi impiegati e a rubicondi contadini, che temono sempre più per la salute loro, ma soprattutto dei loro averi.

E così Baricco si lancia nella formidabile tenzone contro i finanziamenti pubblici alla cultura (o contro la Cultura?), sotto la forma - a dire il vero assai temibile… - delle sovvenzioni statali a teatri, festival, rassegne, convegni, fondazioni e associazioni.
Alla Lirica.
In una parola, alla malandatissima struttura della cultura umanistica, che non sta più al passo con i tempi, che il Grande Fratello manco l’ha visto passare.
Sic.

È ora di invertire la rotta, proclama Sandro Bondi, fedele scudiero del nostro. (O viceversa? …Ma non sono qua per dire che il nostro voglia così difendere degli interessi, perché, Santoro docet, sarebbe un’operazione tanto inelegante quanto controproducente…)
È ora di dare il soldo alle uniche istituzioni che hanno ancora un effetto culturale costante e tangibile sulle masse: scuola e televisione.
(…Dare fondi alla televisione? Mmm… Dare – forse s’intende questo – i fondi alla promozione culturale in televisione? Ma allora si faccia, perché si fa già, e con buoni riscontri di pubblico nonostante gli orari da incubo, del teatro in televisione. Ma allora si mantengano vivi i teatri stabili con i soldi della televisione. E il cerchio si chiude.)

Per non parlare degli effetti perversi che l’intreccio di questa scuola e questa televisione hanno avuto in questi anni: il revisionismo che si sostituisce alla pratica dello studio storico, per fare solo un (tutto sommato fulgido) esempio.

È ora di lasciar fare ai privati negli spazi in cui lo Stato non può (o non vuole) più intervenire – rincara Baricco. Certamente, e chi investirà mai in attività di poco esito come quelle da lui citate? Nelle stagioni dei teatri ex-stabili (ora precari, evidentemente), nei festival di musica contemporanea, nei convegni sulla poesia dialettale? E chi si potrà mai permettere una fruizione culturale non più calmierata ma libera di fluttuare secondo le esigenze del mercato? Il censo tornerà a fare da discrimine?

Dire di no alla chiamata alle armi del nostro mi sembra tutto sommato facile.
Ma bisogna dire anche altri no, per evitare di cadere nei paradossi di una politica culturale come quella attuale (o vecchia di poco) del nostro paese, fonte di sprechi, forse, ma sicuramente anche restia a investire in molti settori e, dov’è presente, a innovarsi.
No, nello specifico, alle battaglie di retroguardia: no al vecchio umanesimo che non conosce né tv né internet, che fa ancora distinzioni tra cultura alta e bassa (distinzione combattuta da Baricco ma poi surrettiziamente reintrodotta nel farsi della sua argomentazione), no alla difesa strenua di valori culturali elitari, se questi non sono adeguatamente rimessi in circolazione e fruiti (ma perché non pensare diversamente questo flusso, prima di tagliarlo alla radice? Questi ragionamenti ricordano più la filosofia della Tremonti-Gelmini che altro, purtroppo…).
No, per contro, alla festivalizzazione della cultura, al rendere qualsiasi aspetto della nostra vita culturale un “evento”, formula che moltiplica gli introiti ma che non crea mai i presupposti per uno sviluppo culturale sistemico e radicato nel territorio.
No, infine, alle sfide di basso profilo: la politica culturale del paese deve saper andare oltre “il bisogno di avere cittadini informati, minimamente colti, dotati di principi morali saldi, e di riferimenti culturali forti”. Anche perché questo non è un bisogno ma un presupposto dei regimi democratici che qui si invocano.
Se siamo già al livello del bisogno, i motivi (leggi , tra le altre cose, i tagli…) non mancano né sono mancati.

Lorenzo

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19 gennaio 2009

20 anni dopo: La dissipazione di Israele




20 anni fa Franco (Lattes) Fortini scrisse il seguente articolo su "il manifesto".
"il manifesto" ha deciso di ripubblicarlo ieri perché è una riflessione ancora attuale e penetrante.
Personalmente la trovo anche commovente.

Davide

La dissipazione di Israele
Lettera agli ebrei italiani


Ogni giorno siamo informati della repressione israeliana contro la popolazione palestinese. E ogni giorno più distratti dal suo significato, come vuole chi la guida. Cresce ogni giorno un assedio che insieme alle vite, alla cultura, le abitazioni, le piantagioni e la memoria di quel popolo – nel medesimo tempo – distrugge o deforma l’onore di Israele. In uno spazio che è quello di una nostra regione, alle centinaia di uccisi, migliaia di feriti, decine di migliaia di imprigionati – e al quotidiano sfruttamento della forza-lavoro palestinese, settanta o centomila uomini – corrispondono decine di migliaia di giovani militari e coloni israeliani che per tutta la loro vita, notte dopo giorno, con mogli, i figli e amici, dovranno rimuovere quanto hanno fatto o lasciato fare. Anzi saranno indotti a giustificarlo. E potranno farlo solo in nome di qualche cinismo real-politico e di qualche delirio nazionale o mistico, diverso da quelli che hanno coperto di ossari e monumenti l’Europa solo perché è dispiegato nei luoghi della vita d’ogni giorno e con la manifesta complicità dei più. Per ogni donna palestinese arrestata, ragazzo ucciso o padre percosso e umiliato, ci sono una donna, un ragazzo, un padre israeliano che dovranno dire di non aver saputo oppure, come già fanno, chiedere con abominevole augurio che quel sangue ricada sui propri discendenti. Mangiano e bevono fin d’ora un cibo contaminato e fingono di non saperlo. Su questo, nei libri dei loro e nostri profeti stanno scritte parole che non sta a me ricordare.

Quell’assedio può vincere. Anche le legioni di Tito vinsero. Quando dalle mani dei palestinesi le pietre cadessero e – come auspicano i ‘falchi’ di Israele – fra provocazione e disperazione, i palestinesi avversari della politica di distensione dell’Olp, prendessero le armi, allora la strapotenza militare israeliana si dispiegherebbe fra gli applausi di una parte della opinione internazionale e il silenzio impotente di odio di un’altra parte, tanto più grande. Il popolo della memoria non dovrebbe disprezzare gli altri popoli fino a crederli incapaci di ricordare per sempre.

Gli ebrei della Diaspora sanno e sentono che un nuovo e bestiale antisemitismo è cresciuto e va rafforzandosi di giorno in giorno fra coloro che dalla violenza della politica israeliana (unita alla potente macchina ideologica della sua propaganda, che la Diaspora amplifica) si sentono stoltamente autorizzati a deridere i sentimenti di eguaglianza e le persuasioni di fraternità. Per i nuovi antisemiti gli ebrei della Diaspora non sono che agenti dello Stato di Israele. E questo è anche l’esito di un ventennio di politica israeliana.

L’uso che questa ha fatto della Diaspora ha rovesciato, almeno in Italia, il rapporto fra sostenitori e avversari di tale politica, in confronto al 1967. Credevano di essere più protetti e sono più esposti alla diffidenza e alla ostilità.

Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica israeliana ed ebraismo. Va detto anzi che proprio la tradizione della sinistra italiana (da alcuni filoisraeliani sconsideratamente accusata di fomentare sentimenti razzisti) è quella che nei nostri anni ha più aiutato, quella distinzione, a mantenerla. Sono molti a saper distinguere e anch’io ero di quelli. Ma ogni giorno di più mi chiedo: come sono possibili tanto silenzio o non poche parole equivoche fra gli ebrei italiani e fra gli amici degli ebrei italiani? Coloro che, ebrei o amici degli ebrei – pochi o molti, noti o oscuri, non importa – credono che la coscienza e la verità siano più importanti della fedeltà e della tradizione, anzi che queste senza di quelle imputridiscano, ebbene parlino finché sono in tempo, parlino con chiarezza, scelgano una parte, portino un segno. Abbiano il coraggio di bagnare lo stipite delle loro porte col sangue dei palestinesi, sperando che nella notte l’Angelo non lo riconosca; o invece trovino la forza di rifiutare complicità a chi quotidianamente ne bagna la terra, che contro di lui grida. Né smentiscano a se stessi, come fanno, parificando le stragi del terrorismo a quelle di un esercito inquadrato e disciplinato. I loro figli sapranno e giudicheranno.

E se ora mi si chiedesse con quale diritto e in nome di quale mandato mi permetto di rivolgere queste domande, non risponderò che lo faccio per rendere testimonianza della mia esistenza o del cognome di mio padre e della sua discendenza da ebrei. Perché credo che il significato e il valore degli uomini stia in quello che essi fanno di sé medesimi a partire dal proprio codice genetico e storico non in quel che con esso hanno ricevuto in destino. Mai come su questo punto – che rifiuta ogni ‘voce del sangue’ e ogni valore al passato ove non siano fatti, prima, spirito e presente; sì che a partire da questi siano giudicati – credo di sentirmi lontano da un punto capitale dell’ebraismo o da quel che pare esserne manifestazione corrente.

In modo affatto diverso da quello di tanti recenti, e magari improvvisati, amici degli ebrei e dell’ebraismo, scrivo queste parole a una estremità di sconforto e speranza perché sono persuaso che il conflitto di Israele e di Palestina sembra solo, ma non è, identificabile a quei tanti conflitti per l’indipendenza e la libertà nazionali che il nostro secolo conosce fin troppo bene. Sembra che Israele sia e agisca oggi come una nazione o come il braccio armato di una nazione, come la Francia agì in Algeria, gli Stati Uniti in Vietnam o l’Unione Sovietica in Ungheria o in Afghanistan. Ma, come la Francia era pur stata, per il nostro teatro interiore, il popolo di Valmy e gli americani quelli del 1775 e i sovietici quelli del 1917, così gli ebrei, ben prima che soldati di Sharon, erano i latori di una parte dei nostri vasi sacri, una parte angosciosa e ardente della nostra intelligenza, delle nostre parole e volontà. Non rammento quale sionista si era augurato che quella eccezionalità scomparisse e lo Stato di Israele avesse, come ogni altro, i suoi ladri e le sue prostitute. Ora li ha e sono affari suoi. Ma il suo Libro è da sempre anche il nostro, e così gli innumerevoli vivi e morti libri che ne sono discesi. È solo paradossale retorica dire che ogni bandiera israeliana da nuovi occupanti innalzata a ingiuria e trionfo sui tetti di un edificio da cui abbiano, con moneta o minaccia, sloggiato arabi o palestinesi della città vecchia di Gerusalemme, tocca alla interpretazione e alla vita di un verso di Dante o al senso di una cadenza di Brahms?

La distinzione fra ebraismo e stato d’Israele, che fino a ieri ci era potuta parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi, è stata rimessa in forse proprio dall’assenso o dal silenzio della Diaspora. E ci ha permesso di vedere meglio perché non sia possibile considerare quel che avviene alle porte di Gerusalemme come qualcosa che rientra solo nella sfera dei conflitti politico-militari e dello scontro di interessi e di poteri. Per una sua parte almeno, quel conflitto mette a repentaglio qualcosa che è dentro di noi.

Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e sapienza che, nella e per la cultura d’Occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea cristiana, Simone Weil, ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere. Ogni giorno di guerra contro i palestinesi, ossia di falsa coscienza per gli israeliani, a sparire o a umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una memoria, una pergamena, un sentimento, un verso, una modanatura della nostra vita e patria. Un poeta ha parlato del proscritto e del suo sguardo «che danna un popolo intero intorno ad un patibolo»: ecco, intorno ai ghetti di Gaza e Cisgiordania ogni giorno Israele rischia una condanna ben più grave di quelle dell’Onu, un processo che si aprirà ma al suo interno, fra sé e sé, se non vorrà ubriacarsi come già fece Babilonia.

La nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazioni palestinese; lo è, ripeto, dalla dissipazione che Israele viene facendo di un tesoro comune. Non c’è laggiù università o istituto di ricerca, non biblioteca o museo, non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di compensare l’accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica della sopraffazione induce nella vita e nella educazione degli israeliani.

E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici. Uno dei quali sono io. Se ogni loro parola toglie una cartuccia dai mitra dei soldati dello Tsahal, un’altra ne toglie anche a quelli, ora celati, dei palestinesi. Parlino, dunque.


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27 dicembre 2008

Merry Christmas and Happy Nuke Year:

Merry Christmas: qui
And Happy Nuke Year: qui

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13 dicembre 2008

Ripensamenti geografici urgenti

“La geografia è più importante della storia.” (Guillermo Cabrera Infante)

Dal 14 dicembre, con l’Alta Velocità, si può andare in 65 minuti da Bologna a Venaus.

Un impiegato di Los Angeles impiega mediamente 9 ore di volo più fuso orario per arrivare a casa sua, in Cina.

Da una ventina di giorni, New York è la capitale del Maharashtra.

Turi si è rivelata essere una inaspettata propaggine sulle Murge dello Stato Pontificio.

Da ieri, la cittadina di Rosarno, nonostante lo scioglimento del consiglio comunale per associazione mafiosa, ha stretto gemellaggio con la cittadina di Castelvolturno, barattando un quantitativo minimo di piombo con un riscontro mediatico garantito.

Lo Stato Pontificio, in una stretta partnership con gli Emirati Arabi Uniti e l’Iran, controlla ormai buona parte della regione montuosa del Wyoming.

Il tentativo di fare di Roma, Bologna, Milano… delle città elleniche, per il momento, non è andato in porto.

Ma i mappamondi sono belli perché girano.

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30 novembre 2008

Black Friday 2008



Consumate, gente, consumate!

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02 novembre 2008

Lettera a una studentessa

Ripubblichiamo qui la "Lettera a una studentessa", a firma di Nichi Vendola, uscita sulla prima pagina di Liberazione giovedì 30 ottobre. Come si evince dal titolo, Vendola, in linea con Bertinotti e altri prima di lui, rivendica la centralità del pensiero di don Milani a 40 anni dal '68, pensando (probabilmente, a ragione...) di trovarsi davanti a quella che non è una Riforma, ma che vuole e può essere la fine, "per decreto", di un'era.

Pare che, pur non sopprimendo certo paternalismo d'antan, lo sguardo di Vendola sia abbastanza acuto da poter analizzare bene la realtà dell'Onda di queste settimane, ma che al tempo stesso sia il frutto di un discorso ambivalente: si mette il dito nella piaga - sanguinante - della "irrapresentabilità" del movimento, descrivendo, e in realtà proponendo, una parte/partito.

Il merito di Vendola, allora, sta soltanto nel non entrare nel merito di Piazza Navona.
Che non è, del resto, cosa che ci interessi, tanto ne avevamo letto già prima sui giornali.


Non hai un solo nome, sei un soggetto plurimo, sei una moltitudine, sei maschile e femminile. Eppure voglio scriverti pensandoti come un singolo, anzi come una singola. Sì, come una studentessa: e non certo per pelosa galanteria, ma perché la “cosa” che incarni è così poco militarizzata e gerarchizzata che mi offre una declinazione al “femminile” dei pensieri che mi ispiri. E dunque, cara studentessa anti-Gelmini: ti spio, ti annuso, provo a decifrare il tuo lessico, cerco di indovinare i tuoi gusti e le tue passioni. Hai la faccia anche della mia piccola Ida, che è andata al suo battesimo con la piazza con la serietà con cui ci si presenta ad un esame scolastico. Il suo primo corteo. Mi sono imposto, per una questione di igiene politica, di non fare paragoni (il 68, il 77, l’85, la pantera): quei paragoni che dicono molto della nostra vecchiezza e poco della giovinezza di chi compone le forme nuove della ribellione al potere. Ho cercato di non sovrapporre la mia epopea, la mia biografia, la mia ideologia, al corpo sociale che tu rappresenti, al processo culturale che tu costruisci, alla radicale contraddizione che tu fai esplodere con la fantasia e il sarcasmo dei tuoi codici comunicativi e della tua contro-informazione.

Tu sei, seppure ancora appesa a più fili di adolescenza, una domanda matura e irriducibile di democrazia: e hai capito che per non essere ridotta alla volgarità del tele-voto e della pubblicità, la democrazia non può che vivere e rigenerarsi nel rapporto con le culture, nella socializzazione dei saperi critici, nella ri-tessitura quotidiana delle reti di incivilimento e dei nodi di convivialità. La scuola è il fondamento di ogni democrazia. Lo è quando insegna ai bimbi delle elementari l’elementare rispetto per ogni essere umano: precetto che forse evaporerebbe in qualche istituto scolastico di rito padano. Lo è quando riannoda i fazzoletti della memoria storica e tramanda narrazioni, saperi e valori. Lo è anche quando la scuola fuoriesce da sé, straripa nel conflitto politico-sociale, invade la piazza, trasferisce la cattedra sul marciapiede, proietta le proprie attitudini pedagogiche sui territori, rompe la separatezza dei suoi microcosmi e investe con domande di senso l’intera società. Dimmi che scuola hai e ti dirò che società sei. C’è chi immagina, anzi c’è chi vuole apparati della formazione che preparino alla precarietà esistenziale e produttiva: e dunque servono scuole e università dequalificate. Le classi dirigenti (forse è più appropriato dire “classi dominanti”) si riproducono invece per partenogenesi, ben protette in quei laboratori della clonazione sociale che sono scuole e università private.

Cara studentessa, queste cose tu le hai scoperte con semplicità, le hai spiegate alla tua famiglia, le hai narrate con compostezza nelle assemblee, hai rivendicato la tua centralità (la centralità della pubblica istruzione) contro chi “cogliendo l’attimo” dell’egemonia berlusconiana voleva e vuole di colpo annullare un secolo di battaglia delle idee, di esperienze gigantesche di riorganizzazione sociale e scolastica: hai ben compreso che la Gelmini non è folclore, ma è il punto più insidioso dell’offensiva della destra, è una sorta di don Lorenzo Milani rovesciato, è l’apologia di un “piccolo mondo antico” abitato da voti in condotta e grembiulini monocromatici dietro la cui scenografia ottocentesca si muove la modernità barbarica del mercato: che non ha bisogno di individui colti, e liberi perché padroni delle conoscenze, ma ha bisogno di piccole libertà in forma di merce per individui ammaestrati alla competizione e diseducati alla cooperazione.

Carissima studentessa, la lezione più importante che ho appreso studiando le vicende del secolo in cui sono nato è che l’obbedienza non è una virtù assoluta. Se è ossequio ad un potere cieco, ad un codice violento, ad un paradigma di morte, allora bisogna ribellarsi, allora bisogna scegliere le virtù civiche della disobbedienza. Non si può obbedire alla politica del cinismo affaristico e classista.

Al contrario, dobbiamo cercare la politica che ci aiuta ad essere la forza ostetrica che fa nascere il futuro. Volevo ringraziarti perché, spiandoti e annusandoti, non ho pensato: questa qui è dalla mia parte. Ho pensato che la mia parte (stavo per dire il mio partito) è nello spazio riempito dai tuoi gesti, dalle tue parole, dalla forza inaudita di tutte le tue libertà.


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24 ottobre 2008

Come volevasi dimostrare

Vi riporto dal Redattore sociale una notizia purtroppo scontata anzi, per chi segue da tempo questa situazione, in realtà già nota da un bel po'. Lungi dal voler celebrare prematuri funerali, ci tenevo a segnalarvi la cosa.

Vittorio


Bologna, il teatro nel minorile rischia lo stop dopo 10 anni
Finiti i fondi dell'Unione europea per un'esperienza
che ha coinvolto 200 giovani detenuti in 10 anni.
Il regista Paolo Billi lancia l’allarme e denuncia:
"Tanti riconoscimenti ma sempre meno sostegni dalla città"


BOLOGNA - “Dieci anni di lavoro con la Compagnia del Pratello sembrano non aver futuro”. Dopo un decennio di attività e con un nuovo spettacolo in programma dal 26 al 30 novembre, il teatro del carcere minorile di Bologna è in difficoltà e rischia lo stop per mancanza di finanziamenti: lo denuncia Paolo Billi, regista e “anima” del progetto educativo per i giovani detenuti. Una delle esperienze di teatro in carcere tra le più continue anche a livello nazionale, ma che a questi aspetti non ha visto corrispondere il sostegno finanziario adeguato. L’attività iniziata nel 1998 da Billi all’interno dell’Istituto penale minorile di Bologna ha coinvolto più di 200 ragazzi, e messo in scena 15 spettacoli frutto di molti laboratori tecnici e creativi. Tutto questo non è bastato a garantire la sicurezza e la continuità dei finanziamenti indispensabili per la sopravvivenza della compagnia. I fondi provenienti dall’Unione europea sono terminati, lasciando scoperto il 50% delle spese che dovrebbero essere coperte dalla Cassa delle ammende, l’ente del ministero della Giustizia che ha il compito di finanziare i progetti degli istituti penitenziari. La risposta ancora non è arrivata, e così al nuovo spettacolo "L’ultimo viaggio del Gulliver", in scena al carcere minorile dal 26 novembre al 30, sono venute a mancare risorse importanti. I laboratori, che precedono la messa in scena, sono passati da 9 a 3 con un drastico ridimensionamento delle ore da 620 a 270. Tagliate anche le repliche che passano da 14, degli spettacoli precedenti, a 7.

Il regista Paolo Billi dichiara amareggiato: “Dieci anni di lavoro, che sembrano non aver futuro: tanti riconoscimenti, ma sempre meno sostegni. Bologna è da sempre una 'città-conserva’ che produce organizzazione e diffusione culturale, ma ben poca cultura e tanto meno teatro e arte. Probabilmente sta arrivando il giorno, come nel lontano 1980, in cui saluterò nuovamente questa città”. Nonostante le difficoltà economiche, il nuovo lavoro teatrale della Compagnia del Pratello “L’ultimo viaggio del Gulliver” andrà in scena, concludendo la trilogia dedicata all’opera di Swift. I due spettacoli precedenti sono stati realizzati sempre da Paolo Billi con i detenuti del carcere della Dozza e i ragazzi delle tre comunità di ex detenuti del minorile di Bologna. Per assistere allo spettacolo, è necessario prenotare il biglietto telefonando allo 051.551211.


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A proposito di Fab...



"Uno che di imperfezioni si nutriva e alla perfezione tendeva, all'esattezza, che poi è una forma di onestà"


Gian Luca Favetto, Venerdì di Repubblica (24 ottobre 2008)


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20 ottobre 2008

Dear Mr Berardinelli #2

Era il 5 febbraio quando noi di Tabard bacchettammo il noto critico Berardinelli per la sua avversione nei confronti del nostro amato Gyorgy (Lukács). Ecco cosa scriveva infatti sulle pagine di Reset: «Il punto è che se continuiamo a pensare a Lukács, allora è meglio che ci impicchiamo perché vuol dire che siamo indietro di mezzo secolo».

Con grande piacere ho potuto oggi constatare che il nostro, evidentemente colpito e amareggiato dalle nostre critiche (nonché dalle rimostranze del mondo accademico svizzero e dell'ambiente underground ticinese), deve aver passato gli ultimi mesi sui sostanziosi volumi del grande filosofo ungherese; si legga infatti l'articolo Il romanzo dev'essere "memorabile" apparso sul Corriere della Sera di oggi a firma di un redento Berardinelli:

«Ma se un romanzo non tende a una forma di "totalità" (irraggiungibile) non è un romanzo, è un racconto: magari annacquato e diluito come quelli che oggi gli editori ci vendono come romanzi. Non si tratta ovviamente né di quantità di pagine né di complessità della trama. Un romanzo nasce (se nasce) intorno all'invenzione di un personaggio e di una vicenda esemplare che gli somigli e lo riveli. La ricchezza delle connessioni "sociologiche" nasce da sé quando personaggio e vicenda sono un'invenzione tipica e memorabile. Quanti personaggi memorabili in cui riconoscersi ha inventato la narrativa italiana delgi ultimi decenni?»

Se non è una palinodia questa... (anche se sui concetti di totalità e biografia c'è ancora un po' di confusione... ma cosa pretendere di più da un volenteroso che ha passato una matta e disperatissima estate di studio sulla Teoria del romanzo e sui Saggi sul realismo?)

Achille

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18 ottobre 2008

Né un simbolo, né il simbolo: di più!

Bobo, che non a caso in spagnolo è un aggettivo che indica “una qualità intellettuale decisamente non alta”, ha tirato il sasso e poi nascosto la mano. Non una novità, si dirà, in un governo che va avanti a colpi di Ddl – il vero nome del partito?!, forse davvero qualcuno ha fatto male a trascrivere Pdl, per troppa somiglianza con altre sigle... – scavalcando bellamente il parlamento, per poi obbligarlo a prendere decisioni frettolose e conformi, ma in questo caso si tratta di una trasgressione particolarmente pericolosa.

«Su Saviano sono stato frainteso» ha cercato di rimediare oggi il ministro Maroni. «Ho voluto fargli un favore, dirgli che lo Stato gli è vicino, che gli garantiamo il massimo livello di sicurezza ma anche affermare che non spetta solo a lui farsi carico della lotta alla criminalità».

Alla faccia del favore: la prima battuta era stata, per contro, assai biforcuta. «Al di là della risonanza mediatica e della vicenda personale di Saviano, la lotta alla criminalità la fanno ogni giorno polizia, magistratura, imprenditori, in prima linea magari senza gli onori delle cronache dei giornali. Non vorrei ridurre lo Stato a una personificazione. Gli garantiamo il massimo livello di protezione. Mi auguro che voglia rimanere in Italia. Non credo sia una buona idea andarsene. E dove, poi? Se la camorra vuole vendicarsi, lo fa, la vendetta camorristica non ha confini. Siamo al suo fianco».

Una conclusione da far gelare il sangue, a fronte di una decisione di espatriare presa, ci si può immaginare, con una certa accortezza e lungimiranza. Il resto è, mi spiace constatarlo, una riproposizione, magari in buona fede, magari da parte del leghista lombardo che guarda dall’alto in basso il Sud (mentre mafia e camorra fatturano anche, e di più, al Nord), del teorema omertoso, sentito più volte nei tg degli ultimi giorni: “Saviano è un buffone, è sempre sui giornali, ha fatto i soldi sulla pelle degli altri, non rappresenta nessuno.”

Un sasso tanto più potente perchè l’affondo è fatto a Napoli e la ritrattazione a Saint Vincent.
Se "Saviano è uno di noi", come perfino gli ultras scrivono allo stadio, allora possiamo solo condividere l’invito caloroso e aperto, profondamente segnato da coscienza civile e impegno, nonostante la patina di rassegnazione, di Antonio Moresco.

Perchè Saviano non è un simbolo, nè il simbolo: davanti a questa pochezza morale, intellettuale e politica, Saviano è molto di più.


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10 ottobre 2008

Che culo! Che sfiga...

Inevitabile che accada. Nel momento in cui un sistema mostra il fianco (e non solo), lasciando comprendere anche al più sprovveduto osservatore di essere al collasso, è difficile evitare che si ceda al fatalismo ed alla superstizione.

È per questo che, di fronte alla disastrosa condizione in cui versa Trenitalia, il passeggero medio si ritrova ad affidarsi a calcoli cabalistici ed astrologici per terminare poi col considerare un capriccio del destino la possibilità di beccare un treno in orario.

La (presunta) normalità cambia dunque prospettiva e si tramuta, a livello di percezione, nel proverbiale "colpo di fortuna".

Per chi vuole consolarsi, oppure rodersi al meglio il fegato sapendo che esiste qualcuno che conosce i tuoi problemi (aaahh l'adorato mondo della masochista e autocompiaciuta sinistra italiana), il Magazine del Corriere della Sera in edicola da ieri pubblica un bel reportage sulla situazione di Trenitalia a cura di Stefania Ulivi e Sergio Rizzo. Due begli articoli di inchiesta, supportati da un serio lavoro giornalistico (altra cosa che in Italia rientra ormai nella categoria della fortuna).

E per chi invece non ne volesse più sapere dei treni, si può sempre scegliere di comprarsi un'auto a metano (che si risparmia pure, statistiche alla mano). Con buona pace delle teorie sociologiche sul passaggio al trasporto su gomma e dei nostalgici delle Ferrovie dello Stato come Marco Paolini (e come me).

D'altronde, lo stesso Paolini insegna, questi disservizi (con tutte le loro conseguenze al seguito) rappresentano il prezzo da pagare quando si smette di concepire il proprio lavoro come servizio pubblico ed il passeggero si tramuta in cliente. Privatizzazione vuol dire proprio questo.

E allora, che culo!, dirottiamoci sulla gomma.
E se non avete i soldi per comprarvi una macchina? Eeehhh, che sfiga...

Vittorio Martone


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02 ottobre 2008

Dada (non) è morto. Viva Dada! (Forse!)

Una buona notizia in fondo al Manifesto di ieri, che non iniziava, peraltro, affatto bene, con la foto di un pestaggio e il titolo abbastanza esplicativo: "Parma letale"... La notizia buona viene dall'estero ed è vecchia di un secolo - il che, a questo punto, non sembra un caso:
Dada (non) è morto. Viva Dada! (Forse!)

Ovvero: il dadaismo svizzero è salvo, il Cabaret Voltaire non chiude. Il referendum voluto dalla destra del miliardario populista Cristoph Blocher e tenutosi domenica scorsa ha visto prevalere il fronte dei no, con un solido 65%.
Spiegelgasse nummer 1 rimane un feudo di libertà.
Tristan Tzara e compagni possono riposare in pace. Perché risorgeranno domani.

Dada, comunque, (non) è morto. Viva Dada, ma non ne sarei del tutto sicuro...
La difesa del luogo storico del dadaismo elvetico ed europeo coincide oggi con l'intenzione commerciale di farne un'attrazione turistica, specialmente, secondo lo scrittore ma-non-artista Stefan Zweifel, per i turisti giapponesi, e di utilizzarlo per eventi culturalmente imprescindibili come la mostra dedicata, in inverno, agli acquerelli di Marilyn Manson.

Luogo del postmoderno spinto e deteriore? Delle mostre da 4 soldi?
No, certamente non da 4 soldi. Dove gira gente come Manson girano molti più franchi svizzeri...
Eppoi altre iniziative sembrano smontare questa ipotesi: in tandem con il collettivo Agent Provocateur, il gruppo del Cabaret Voltaire ha dato scandalo diffondendo dal campanile della cattedrale il salmodiare preregistrato di un muezzin e ha messo in vendita su internet i luoghi simbolo della città: il quartier generale della banca Ubs è stato ceduto a un acquirente della rete a un prezzo di saldo: 200 franchi svizzeri.
Forse, si commenta sul Manifesto, anche il referendum è stata un'azione dadaista, con lo scopo di usare le istituzioni democratiche e le loro costruzioni mediatiche come casse di risonanza della loro stessa ottusità. O semplicemente come pubblicità, allo scopo di attirare più turisti dagli occhi a mandorla (e turisti italiani, anche, ormai, ad occhi sgranati).
Un'azione Pop.

Ecco, penso, con le prossime elezioni che si apra non una stagione dadaista, non una stagione postmoderna, ma almeno una stagione Pop a Bologna.
O si apra almeno un pop up!
Altrimenti chiude tutto.
Baracca e buratein.

Lorenzo Mari


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15 settembre 2008

Un caffé (e anche di più) per tutti i '68 che non ha fatto


Io se leggo un appello di Marco Paolini sul Corriere della Sera alla domenica al bar davanti a caffé e brioche di solito ci credo.
Che volete, sono fatto così.
L’appello di ieri, domenica 14 settembre, diceva: “Salvate il poeta Federico Tavan”. Ed era più grande degli altri titoli, di uno che era monarchico-mondano: “Tanti balli e omissis in casa Savoia” e di uno che era ideologico-reverenziale: “Allam, Appelfeld e Vitali: il “Boccaccio” della tolleranza”.
Il titolo di Paolini era bello grosso. Meno male! Quello della tolleranza non mi piaceva poi molto...

E poi era anche un bel pezzo, quello di Paolini, si vede che il tizio è il migliore, in giro, a recitare, che ci ha la verve, e il carisma, anche. Eppoi è sempre in TV e questo non può succedere mica per niente: lui ha trovato la via per riportare il teatro in tv, grazie a Dio, che ci voleva, un po’ di cultura...

Insomma, dicevo. Anzi, era Marco Paolini che diceva questo: che ha un amico che è un poeta, che è un matto, che questo amico in questo periodo non se la passa proprio bene bene. Si chiama Federico Tavan, l’amico, è friulano e scrive in friulano (che è più una lingua che un dialetto, come mi ha spiegato una ragazza friulana, ieri, sempre al bar; guardava il giornale al di sopra della mia spalla). E siccome Federico Tavan non se la passa proprio bene, gli servono dei soldi per campare e il vitalizio Bacchelli come soluzione non sarebbe, ecco, malaccio.

Molti amici suoi, tra cui Paolini, e anche non amici, ma del giro, hanno firmato un appello per dargli il Bacchelli. Ci stanno Carlo Ginzburg, Peter Handke, Jacques Le Goff, Predrag Matvejevic, Carlos Montemayor, Carlo Magris, Paco Ignacio Taibo II... Carlo Magris ha anche scritto questo, per Tavan: “Federico Tavan è il poeta maudit, trasgressivo-innocente, socialmente irregolare e indigesto, segnato da emarginazioni e incline, come molti autori del suo stampo, a farne uno stile ostentato di vita, ma capace di scendere al fondo delle parole e di andare a picco nel disagio.”
Tipo Alda Merini, insomma, ma senza Vincenzo Mollica in mezzo ai coglioni.
Senza la spettacolarizzazione.
Tipo Dino Campana, ma remixato con Pasolini (Pier Paolo é di Casarsa, dice la ragazza friulana, che ne sa, di ‘ste cose.)

Che bello... Allora traggo conclusioni.
I poeti xé tuti mati. E gli scemi del villaggio son sempre dei saggi, e dei santi bevitori.
Che bello. Anche se sono due generalizzazioni, magari per Tavan valgono.
Oppure vale solo il parallelo – con i dovuti distinguo – con Alda Merini e Dino Campana.
E allora dateglielo, per una o per l’altra cosa, il Bacchelli, mi dico.
Lo dico, con gli occhi, alla ragazza friulana.

Poi torno a casa, neanche faccio da mangiare, e vado su Internet e trovo questa poesia, cercando ‘Federico+Tavan+poesia’ su Google (mi sento un po’ uno stupido a cercare un tizio su Google, sapendo che c’è una ragazza friulana che è sua vicina di casa, praticamente, e che l’ho incontrata oggi al bar, leggeva il giornale al di sopra della mia spalla, ma insomma...)

In questa poesia, Tavan usa l’espressione ‘poesie del cazzo’ dopo l’espressione ‘montagne di silenzi’. A Tavan i suicidi “non sono venuti bene”. Dice di non averne mai fatto, dei ’68. Probabilmente, non ne ha mai fatto, né dei ’68 che giravano fino all’altro giorno né dei ’68 che girano oggi. Dei ’68 molto diversi.
Forse sovrainterpreto, ma non sono un gran lettore di poesia.
Ma un caffé glielo offrirei.
E anche il vitalizio, dov’è che si deve firmare che firmo anch’io.

Un caffé soprattutto gli offrirei, a lui e ai miei amici, tra cui la ragazza friulana.

Lorenzo Mari


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Di montagne di silenzi
di poesie del cazzo
di donne che non mi hanno voluto
di '68 che non ho fatto

Di montagne di amici
che non mi hanno più scritto
di suicidi non venuti bene
non mi resta niente.
Mi sono solo un po' ingrassato

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Federico Tavan


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18 giugno 2008

Il rovescio della piazza: la piazza silenziosa


Segnalo un piccolo contributo scritto per Griselda-Repubblica.it (ed. Bologna). Eugenio

C’è una rozzezza nella visibilità dell’alzata dei confini, delle barriere divisorie, delle separazioni. Nuovi fili spinati, quasi un ritorno a una biopolitica sfacciata e pesantemente materiale, nell’epoca del luogo comune della smaterializzazione.

C’è una rozzezza nel rendersi visibile, fisico del controllo. Nell’epoca della raffinatezza e impercettibilità dei dispositivi e dei discorsi dell’ordine sociale, una sfrontatezza nell’uso della parola divisoria. Nel tentativo dell’annullamento della piazza e del contatto.

La piazza come possibilità di incontro e di urto, di rielaborazione dei dialoghi tra le persone, di conflitto e proliferazione della parola e dei discorsi, di evoluzione delle lingue, dei comportamenti. Questa piazza da sempre anche pericolosa. Luogo del molteplice per antonomasia. Ma non del caos. Il molteplice dialogico. Controllato, dall’arguzia del controllo. Da secoli.

È possibile stabilire un ordine nella molteplicità... (continua a leggere)

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12 giugno 2008

fuori sede (da dietro)





Bologna.
Studenti fuori sede: non siamo elettorato, però...

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16 maggio 2008

La biblioteca vivente

Il maggio culturale di Bologna, già colmo di numerose attività, si arricchisce di un altro evento molto interessante: la possibilità di far rivivere nella realtà, come nel finale di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, l'esperienza dei libri viventi. Il progetto, denominato La Biblioteca vivente e curato dal comitato Tutti Diversi Tutti Uguali di Bologna, intende creare un luogo che abbia tutte le caratteristiche fondanti di una biblioteca, ivi compresi catalogo, sala di lettura e personale addetto, con l'unica ma sostanziale particolarità che i libri non saranno di carta bensì di carne e ossa. L'iniziativa, che si terrà venerdì 23 e sabato 24 maggio in Vicolo Bolognetti, è basata sul principio di "sfruttare" la dinamica del racconto come strumento di dialogo tra le persone, favorendo l'interazione e il confronto sulla base del proprio vissuto. Le tematiche sono chiare già in partenza, dunque, e riguardano l'idea di fondo che la narrativizzazione della vita, creando un momentaneo distacco dalla realtà, permetta una più attenta valutazione del sé, e del sé in relazione agli altri. Un mezzo fondamentale quindi per educare all'interculturalità e alla convivenza, e per comprendere che la diversità e la molteplicità, piuttosto che settori oscuri utili solo a rinforzare le proprie fobie, rappresentano un valore aggiunto e un arricchimento del tessuto sociale.

Al centro di questo progetto ci saranno quindi gli uomini-libro, persone cui sarà chiesto di darsi un titolo e di mettere a disposizione dei "lettori" che incapperanno in Vicolo Bolognetti nella due giorni di fine mese le proprie esperienze di vita. Il tutto per un "prestito" della durata massima di mezz'ora in cui la barriera più grande da affrontare sarà quella di presentare se stessi, al di fuori di qualsiasi identità collettiva, senza voler impartire né consigli né lezioni. E per orientarsi nel "catalogo" sarà fondamentale il ruolo dei bibliotecari, formati ad hoc per riuscire a consigliare agli interessati le storie più adatte a ciascuno.

Idea interessante, dunque, derivata da un progetto nato nel 2000 ad opera della ong danese Stop the Violence e diventato oramai un appuntamento fisso di molti festivals musicali del nord e dell'est Europa. Qui in Italia La Biblioteca vivente è già stata organizzata a Modena e a Torino. L'esordio bolognese rappresenta dunque un motivo in più per partecipare. Tutti gli interessati possono contattare la nostra mail redazione[at]rivistatabard.it; provvederemo noi a mettervi in contatto con gli organizzatori.

Vittorio Martone


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