23 marzo 2007

Declino

Come affrontare un discorso sul declino dell'impero (qui inteso come concetto) e sulla decadenza, quale orientamento dare a un numero che vuole essere incentrato su questi temi? Sono queste le prime domande che ci siamo posti avviando la riflessione propedeutica al prossimo volume di Tabard. La prima immediata risposta a questi quesiti è stata la seguente: evitare innanzitutto di impostare la nostra discussione sulla mera analisi di diversi fenomeni di decadenza e, soprattutto, escludere dai nostri interessi il tentativo di descrivere la nostra realtà attuale come "epoca di decadenza". Si è cercato quindi, almeno inizialmente, di individuare una serie di criteri per definire i concetti di decadenza e declino, cercando di conciliare e mettere in relazione le nostre molteplici interpretazioni. Questo dunque l’orientamento, che si è voluto appositamente privo di alcuna tesi di fondo rigidamente definita.

Nel corso di una prima riunione (ahimé datata fine febbraio, e se questo resoconto è così tardivo e perché i miei tempi sono quello che sono) abbiamo cominciato freneticamente ad avanzare ipotesi. Il contributo a mio avviso più significativo è stato apportato da Achille, la cui attenzione si è concentrata sull'identificazione decadenza-retorica, qui intesa come strumento coercitivo e punto d'approdo di un potere che giunge alla violenta imposizione di se stesso. Strettamente connessa a questa argomentazione è, secondo me, l’analisi dell’impero come organismo autoconservativo, all’interno del quale viene percepita come decadenza ogni spinta propulsiva di rottura che mette in discussione la ripetizione formale dello status quo. Altri aspetti caratterizzanti del concetto di declino, come indicato rispettivamente da Mimmo ed Ezio, possono essere l’epigonismo e quello che potremmo definire "apocalittismo", da cui deriva la continuità del concetto di declino nelle diverse epoche storiche oltre che una sua possibile definizione come "fine che non c’è mai stata".

Interessante anche la riflessione di Antonio che tende ad evidenziare la percezione della fase di declino da parte di un impero delocalizzato nel momento in cui esso non riesce più a gestire il controllo del territorio. Inoltre, spostandosi in ambito giuridico, Antonio avanzava la possibilità di evidenziare come segnale di declino la violazione dell’habeas corpus nella lotta al terrorismo.
Ancora, da parte di Lorenzo, sono stati invece proposti suggerimenti sul concetto di declino come consumo delle risorse (con riferimento a Rifkin) e stasi delle idee (nel senso di mancanza di innovazioni del pensiero).
Questa la serie di primi spunti raccolti in maniera molto sommaria. Discutiamone.

Vittorio

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7 Commenti:

Alle 3/23/2007 10:44:00 PM , Anonymous Paolo ha detto...

Non c'entra molto, non ho ancora elaborato una proposta o una suggestione. Volevo giusto dire che l'immagine di questo post è fantastica.

 
Alle 3/24/2007 09:51:00 PM , Anonymous Vittorio ha detto...

L'immagine è tratta dal volume Mein Stundenbuch di Frans Masereel. Devo ringraziare Achille per la segnalazione di quest'opera meravigliosa, oltre che per la collaborazione nella scelta dell'illustrazione.

 
Alle 3/25/2007 12:28:00 PM , Blogger giulia ha detto...

Allora avevo indovinato...per chi non mastica le lingue mitteleuropee come me e avesse voglia di vedere le altre stupende immagini di Masereel il libro si chiama Mon livre d'heures. A parte questa stupida glossa che dire?! la dichiarazione d'intenti mi sembra "lodevole"...bonne chance

 
Alle 3/26/2007 01:59:00 AM , Anonymous marco persico ha detto...

appropo': sto leggendo "il ponte", di Trevisan, e lo trovo inadatto al numero. mi sembra un coacervo di banalità e luoghi comuni. inoltre mi pare peggio scritto dei suoi precedenti lavori, ma questo è un parere da profano della letteratura. io propenderei, se proprio si vuole salvare Trevisan in bibliografia, di concentrarci su "Un mondo meraviglioso" o "I quindicimila passi".

 
Alle 3/26/2007 02:19:00 AM , Anonymous Vittorio ha detto...

Marco, anticipi una discussione che avevo intenzione di svolgere in un altro post, che ho ipotizzato subito dopo la lettura de Il ponte. Magari ne riparliamo lì.

 
Alle 3/26/2007 02:28:00 PM , Blogger giulia ha detto...

Premesso che sono più certamente profana di letteratura di Marco(e forse anche di Vittorio) e che di Trevisan non ho letto altro, a me il libro non era dispiaciuto (se non altro perchè mi ha dato il coraggio di prendere in mano Bernhard e di folgorarmi di lui). Si, forse il feralmente banale Vitaliano non sta bene nella bibliografia ma sono curiosa di leggere il post prossimo venturo a lui dedicato...se non l'avete già fatto leggete questo articolo http://www.ilcrise.com/2007/03/07/la-grammatica-del-destino-nel-memoriale-di-trevisan/#more-111.
Ah! consiglio di lettura a chiunque capiti da ste parti: l'ho comprato venerdì e l'ho divorato...Buonasera alle cose di quaggiù del lusitano A. Lobo Antunes (di cui consiglio anche In culo al mondo), talento offuscato dall'ingombrante presenza di Saramago come connazionale.
Passando a cose più intellettuali: in bocca al lupo al tesoriere di tabard che domani si laurea (se la memoria non mi frega).
g.

 
Alle 3/29/2007 07:50:00 PM , Anonymous Eugenio ha detto...

Mi piacerebbe si continuasse qui la discussione sul tema. Sarebbe bene - per noi all'estero, e anche per una formulazione scritta e più estesa - che i tabardiani esplicassero per esteso quelli che sono stati i loro interventi durante il corso della riunione.
Una sola domanda. Abbiamo fatto un numero sulla "personalità autoritaria" per sottolineare come molteplici spinte nella loro assolutezza e "unità" oggi, nelle nostre società, portino a un'evidente forma di autoritarismo (ma si può utilizzare foucaultianamente il plurale di forme). E tutto questo discorso rimaneva chiaramente nell'orbita teorica tabardiana della "dicotomia" molteplice/unità, cioé era già implicito nei presupposti del primo numero.
Se non vogliamo descrivere la nostra attualità come "epoca di decadenza", credo che dovremmo spiegare - spiegatemi - dunque, per chiarificarci gli intenti, il senso di un numero su questo tema che, sì è molto interessante e rappresenta una sfida teorica, ma che però dovrebbe cercare un aggancio profondo e una motivazione "militante" in relazione al contemporaneo.
Insomma, molto semplicemente, posso intuirlo ma in direzioni diverse e non chiare, perché Tabard realizzerà un numero sulla decadenza?
Mi sarebbe molto utile se iniziassimo a rispondere a questa banale e sostanziale domanda, che credo sia venuta fuori durante una chat skypesca con mimmo.
Davvero è solo per iniziare a capire (dato che di leggere per il momento, il mio momento, ancora non se ne parla).

 

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