03 giugno 2008

Il teatro di Gomorra

Recentemente - in senso tabardiano (vale a dire circa un mese fa) - la Rai ha trasmesso in prima serata lo spettacolo teatrale di Gomorra per la regia di Mario Gelardi, la cui "riduzione" dal romanzo è stata affrontata in collaborazione con lo stesso Saviano. Da qui il pretesto per parlare di questa rappresentazione, cui ho assistito parecchio tempo fa a Scandiano (provincia di Reggio Emilia, nonostante il nome evochi paesi dell'entroterra campano), rinviando sempre a data da destinarsi una recensione.

Una premessa. Trasporre in un linguaggio diverso da quello del romanzo un'opera come Gomorra pone di fronte a grosse difficoltà. Da qui, secondo me, l'esigenza di distaccarsi il più possibile dall'originale. Questo perché, essendo il mezzo di rappresentazione diverso, essendo il linguaggio del teatro diverso per costituzione da quello del romanzo, un'eccessiva aderenza al testo comporta, inevitabilmente, degli scivolamenti grossolani. E proprio questo è, secondo me, l'errore che Gelardi e Saviano non hanno saputo evitare, realizzando uno spettacolo che, più che teatro, sembra essere una declamazione del testo scritto.

Ma parlavo di scivolamenti derivanti dall'eccessiva sudditanza al testo. Questi possono essere comodamente sintetizzati in tre aspetti in stretta correlazione tra loro: infantilismo, didascalicismo, dilettantismo. E vado a spiegarmi...

Nel suo non riuscire ad andare oltre il testo di Saviano, la "riduzione" teatrale di Gomorra palesa una sorta di complesso di inferiorità rispetto alla parola scritta. Ne deriva la sensazione che l'intero lavoro sia stato approntato come un gioco alla semplificazione, secondo una prassi logora che vede nell'azione scenica un mero strumento di illustrazione del testo. Ed è per questo che la Gomorra teatrale appare didascalica (nel senso più bieco del termine), quasi al livello - a voler essere duri - di una rappresentazione per scolaresche. Ed è per questo che ho virgolettato la parola "riduzione".

Questa mise en scène tradisce infatti una vocazione missionaria, educativa ma in maniera dottrinaria. Come a dire: "guardate quant'è brutto il mondo là fuori, che solo noi conosciamo, e che vogliamo farvi evitare". Anche la scelta (che inizialmente avevo stimato) di sviluppare la tournée, dopo il debutto a Napoli e la rappresentazione al Valle di Roma, nel circuito dei teatri minori e di provincia, mi è sembrata poi profondamente in linea con questo approccio.

E da qui veniamo al terzo punto. La caduta nelle grossolanerie che ho precedentemente descritto rappresenta, a mio avviso, il naturale approdo di chi ha affrontato un materiale enorme su una base dilettantistica. Io non sono un patito dei professionismi, ma non mi piace nemmeno l'idea che una "produzione artistica" sia realizzabile da chiunque. Occorrono lavoro, preparazione e competenze. La pièce di Gomorra sembra invece allinearsi con tanto teatro italiano attuale, che si fonda sul trasferimento sul palco di alcuni volti noti della tv e del cinema. E per questo - mi si perdoni - non amo mai vedere gli attori che alla fine della rappresentazione applaudono il pubblico, quasi a dire "qui potevate esserci anche voi". Cosa che ho visto accadere anche alla fine di questo spettacolo.

Per il resto, alcuni pregi: buone alcune scelte registiche, in particolare la separazione del palco in due aree, una bassa e una alta, con le azioni che andavano progressivamente incrociandosi sui due livelli. Un po' usurato, anche se non proprio sgradevole, il riallacciarsi ad un universo immaginifico tipicamente cinematografico.

Vittorio Martone


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