01 giugno 2008

Attenzione all'epica: su Stella del mattino di Wu Ming 4

In Tabard c’è un lavoro in corso (ce ne sono molti, ma qui ce ne interessa per ora solo uno). In attesa di un intervento più formulato e “chiaro” sulla New Italian Epic, cercherò di ordinare alcuni veloci appunti di lettura su Stella del mattino di Wu Ming 4, libro molto interessante e molto ambizioso, a cui, a detta degli stessi Wu Ming, «l'intero collettivo ha affidato profonde riflessioni sul proprio percorso». È il romanzo che affianca il saggio di Wu Ming 1, non come semplice “applicazione” di riflessioni di lunga data, ma problematicamente.

Devo confessare che, durante la lettura, a intervalli regolari, dicevo al romanzo: attento, per favore. Che leggendo molte pagine scuotevo la testa, contariato. Che ho annotato in calce ad altre “giudizi” non proprio positivi (poi smentiti, se spiegati: ci arrivo subito). Che poi un personaggio in particolare ha incarnato le mie obiezioni (ancora una volta evviva Bachtin, e l’inclusione della possibile parola polemica del lettore: si tratta di Lewis, tipicamente razionalista e illuminista, e poi della lucidissima femminista Nancy Nicholson). Confesso che poi ho tirato un sospiro di sollievo. (Intanto, qui, la trama)

Dicevo che Stella del mattino affianca problematicamente il saggio sulla NIE. Io l’ho letto come un romanzo sul pericolo dell’epica ricostruttiva, sul pericolo della “nostalgia dell’assoluto”. Voglio continuare a interpretarlo così, anche se molte volte rischia lo stesso pericolo che cerca di raccontare (di qui gli attento). Nell’intervista rilasciata a Genna, l’autore dice: «credo che Stella del mattino non sia tanto un romanzo epico in senso stretto, quanto piuttosto un romanzo sull'epica, che racconta quanto l'epica c'entri con la nostra vita».
Ecco. Però non quest’epica, che rappresenta invece il pericolo di cui sopra: «prendere atto di ciò che si è, capire che il destino è “ciò che va fatto” perché è scritto in come scegliamo di leggere le nostre stelle» (così Monica Mazzitelli nella sua recensione). Perché è proprio quest’epica a farsi portatrice di un discorso unitario, volontaristico, essenzialistico e un poco romantico. Molti personaggi sono inclini a caderci (di qui i no di testa e i “giudizi” di cui sopra).

Poi però Lewis: «Solo Dio è più a buon mercato».
Stella del mattino si tiene grazie alle sue qualità compositive. Stringe un cerchio di personaggi intorno al (plurivirgolettato) “eroe”, Lawrence d’Arabia. Quest’ultimo è il cronotopo delle inquietudini psicologiche dei personaggi. Dei loro slanci e tentativi di “salvezza”. È il campo di forza su cui essi agiscono e specchiano (in positivo o in negativo, Graves o Lewis) le loro ansie di ricostruzione identitaria ed esistenziale. Lawrence è la possibilità di un’epica totalizzante e unitaria a cui abbandonarsi per dare un senso allo sgomento di reduci della prima guerra mondiale. Il romanzo sfalda questa possibilità, ne erode le fondamenta sviscerandone le contraddizioni: se un’epica è possibile è quella che lotta con le contraddizioni, alla luce di queste: nella critica.

Stella del mattino è un romanzo sull’importanza delle narrazioni contro le metanarrazioni (mi si conceda di conservare il postmodernismo critico).
Non è un caso che sia ambientato ad Oxford subito dopo la prima guerra mondiale. In Hobsbawm leggo che «un quarto degli studenti di Oxford e Cambridge sotto i venticinque anni che prestavano servizio militare nel 1914 vennero uccisi». Per Benjamin è dalla prima guerra mondiale che inizia quel processo che porta al tramonto dell’arte di narrare e dell’esperienza comunicabile: «Non si era visto, alla fine della guerra, che la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile? [...] Poiché mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle strategiche dalla guerra di posizione, di quelle economiche dall’inflazione, di quelle fisiche dalla guerra dei materiali, di quelle morali dai detentori del potere. Una generazione che era ancora andata a scuola col tram a cavalli, si trovava, sotto il cielo aperto in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato fuorché le nuvole».

Oxford è l’altro cronotopo perfetto per l’esplosione delle contraddizioni. In un paesaggio mutato, poeti, studiosi, narratori reduci cercano di tirarsi addosso le coperte di un’immutabile Arcadia, di un Parnaso in cui assopire i propri mostri. Il cronotopo dell’ipocrisia istituzionalizzata non regge l’equilibrio manchevole di vite sospese sull’orlo di allucinazioni, incubi, flash improvvisi della catastrofe, nevrosi.
Ancora una volta: in Lawrence ricercano la tradizione della narrazione che «porta “consiglio”». La scena in cui Lawrence si fa narratore «al tepore di quell’unione d’anime, eletta a platea intorno al fuoco» si specchia nella scena che apre il libro: una carovana d’uomini nel deserto che al tramonto s’accampano e s’addormentano con la «consolazione di una storia», narrata dal più vecchio: il racconto della rivolta araba.

Eppure se in Lawrence i personaggi del romanzo cercano di destinare la possibilità della ricostruzione di un senso unitario che la loro esistenza non rende possibile, è nella stessa storia di Lawrence l’impossibilità di quel senso. In lui cercano l’esperienza non più smentita di una guerra che riconquisti significato (nella rivolta di un popolo); nella rivolta araba cercano l’epica della guerra giusta, della «bella morte», per riscattare l’incubo dei morti che assilla i sopravvissuti. Una narrazione come «incanto di un viaggio dove le leggende avevano ancora un nome e le cose erano semplici e dirette come la vita o la morte».
Ma è la stessa ricerca che sta conducendo Lawrence. È una ricerca impossibile, minata alle fondamenta. Lawrence è già un mito, e deve cercare di decostruire questo mito che non può indossare. Deve cercare di continuare la sua lotta con un libro, ma è lacerato dalle contraddizioni che non può ri-comporre. «Ho imbrogliato loro e me stesso. È questo che dovrei scrivere, quanto mi è costato. Difficile conciliarlo con l’epos della rivolta»

Cosa succede? Come si risolve questo campo di forze che tende a una ricostruzione ma non può? Tutti i personaggi riscoprono il valore della narrazione come ri-configurazione. Apparentemente il romanzo si chiude con un’apertura alla speranza (quell’«incanto» di cui sopra) che cade nel pericolo ricostruttivo, da ritorno all’“ordine”. Ma i protagonisti, come il romanzo, come il lettore, hanno inglobato la contraddizione. La narrazione ri-configura i fatti nell’ordine del mythos, la loro com-posizione sarà sempre «sintesi dell’eterogeneo»: ma se relaziona le contraddizioni, quest’ordine potrà proiettare un mondo aperto dalle faglie della critica: che corroderà il senso unitario. Questo romanzo affronta i suoi rischi compositivi in maniera molto riuscita e complessa, intrecciando pulsioni molteplici e pericolose con la consapevolezza che ogni narrazione può trasformare consolatoriamente i mostri in favole, ma che la «realtà
» molteplice «trasfigurata in favola» (in fabula... e in mythos) sempre cercherà «una via del ritorno».

L’ho interpretato tabardianamente, mi rendo conto, spero di non averlo forzato e aperto lì dove può essere tenda a una ricomposizione assolutizzante.
Ci sarebbero tantissime cose da dire, vorrei aggiungere solo una postilla:

In molti punti mi sembra che il romanzo tenda a uno psicologismo molto spicciolo e stereotipato (di qui alcuni miei no contrariati). E però nel corso della lettura questo psicologismo funziona in maniera particolare (e corale: le psicologie di ogni singolo personaggio si sommano a dare l’immagine psichica dell’incubo del reduce: ecco che il romanzo funziona grazie alla composizione di questi tratti psicologici).
Quegli psicologismi che a volte mi sembravano cadere nel banale, in accumulo, sono funzionali all’“ordine” del romanzo. Si tratta, così le definirei, di “psicologie di superficie”, come un avvicinarsi passo passo verso qualcosa, che di sicuro vuole essere senso, che riparte dal “semplice”, lega semplicità analitiche della psiche, per ottenere una configurazione che si rinsaldi in una «seconda vita» auspicata dai personaggi. «Dove si poteva andare dopo un cataclisma come quello? Alla fine della lunga notte sarebbe sorta una stella del mattino a indicare la via?». I personaggi cercano di affrontare la sopravvivenza al cataclisma, ma non possono fino in fondo e il romanzo ci dà frammenti in cui tentano di ri-dire quelle cose “semplici” (cioè non rese complesse da troppe relazioni verso il basso, verso il profondo) e di ripartire da lì per creare un’Arcadia protettiva (con l’esito che abbiamo detto).

Insomma: molte volte questo romanzo dice «ti amo» fregandosene di Liala. E questo mi ha fatto riflettere su una cosa banalissima, e cioè questa: io lettore però conosco Liala. Io lettore conosco quei codici. Stella del mattino risolve bene quello psicologismo di superficie, ma colgo l’occasione qui per porre dei problemi. Sono d’accordissimo nel voler recuperare «quelle tonalità emotive» di cui si discute nel saggio di WM1. Però stiamo attenti a non gettare a mare TUTTA la carica critica del postmodernismo e a non tornare al cliché. Non tornare alla forma.

Riporto una parte della mail di un tabardiano (Mimmo Cangiano, qui nel blog colpevolmente assente, ahi): «Dire “come direbbe Liala ti amo” non significa fare “ironia fredda”, significa messa in discussione del già dato; dire “come direbbe Liala ti amo” significa, alla grossa, decidere di rompere con Parmenide, è una frase che si incammina in direzione di un pluralismo (per sua stessa necessità sempre manchevole) che non si risolve in unità. È ancora una volta l’idea di una Storia che ingloba un’attitudine criticante, non rinuncia alle vecchie abitudini ma le rende più deboli: ma indebolire non vuol dire deresponsabilizzare, vuol dire criticare».
Cito, in aggiunta, la Mizzau: «l’ironia è complessità, varietà, pluridimensionalità; senza di essa il nostro parlare sarebbe piatto e incolore, i nostri discorsi sarebbero sempre uguali a se stessi, impraticabili per l’usura».
Ecco, oltretutto il “come direbbe” non esclude la veicolazione di quelle tonalità emotive: «Attraverso il “tono ironico” possiamo scusarci della ridondanza che hanno certi sentimenti che tornano così a essere esprimibili» (corsivi miei). Dunque il come è già nonostante.

Eugenio Santangelo

Etichette:

3 Commenti:

Alle 6/02/2008 08:36:00 AM , Anonymous Eugenio ha detto...

Un altro attenti si riferiva alla struttura ricorrente (ormai leggermente ripetitiva) dei romanzi wuminghiani, ma qui nel blog del libro è lo stesso WM4 a parlarne:
"Effettivamente c’è una forma narrativa ricorrente nei romanzi di Wu Ming che potrebbe già mostrare la corda. Si tratta dello schema a capitoli alternati, con diversi personaggi le cui linee narrative si incrociano e divergono nel corso del romanzo. Se è questo che Andrea intendeva, allora sì, credo che lo schema sia stato ormai abusato da WM e che sia ora di cambiare."

 
Alle 6/02/2008 11:18:00 AM , Anonymous Anonimo ha detto...

[WM1:] Grazie, Eugenio, riprenderemo sicuramente queste tue riflessioni.
Intanto, mi sia consentito di giocare la problematicità della lettura contro la lettura stessa: quando nel commentare le tue note sul NIE parlavo dei rischi di uno sguardo eccessivamente "intasato di teoria letteraria", esprimevo una preoccupazione riguardo al postmodernismo (critico, estetico, epistemologico) che questo tuo post mi ri-conferma. Una preoccupazione che è anche alla base del memorandum sul NIE. Vale a dire: io dopo tutti questi ragionamenti (assennatissimi e puntuali), non sono riuscito a capire una cosa: questo romanzo ti è piaciuto o no? La tua lettura è un corpo-a-corpo col vivente o un'autopsia? Lo hai tenuto a "debita" distanza e affrontato come fosse poco più di un saggio camuffato (una... "allegoria a chiave" delle nostre idee sull'epica), o lo hai letto come romanzo che l'autore ha *amato* scrivere, in cui l'autore ha investito anni di... "passione e sentimento"? Chiaramente non è una dicotomia, non sono letture mutualmente esclusive, noi leggiamo un libro oscillando continuamente tra queste due polarità, ma uno sguardo *eccessivamente* "clever", un piglio eccessivamente "detached", non solo da parte dei critici ma da parte degli autori stessi, è precisamente quello che ci fa criticare il postmoderno, ce lo fa vivere come insufficiente, ce lo fa percepire come consunto e giunto al capolinea delle sue potenzialità. Il che non significa che se ne debba abbandonare la carica critica, tutt'altro: bisogna prendere quel che c'è di buono, caricarselo sulle spalle e andare oltre. Dire che "Nonostante Moccia, scusa ma ti chiamo amore" non significa ignorare la consunzione del chiamarsi l'un l'altro "amore" operata dai vari Moccia, anzi: a me pare che in quel "nonostante" ci sia più carica critica che nel "come direbbe", che alla fine - pur prendendone le distanze, pur... "scusandosi" - ribadisce comunque un'autorità, un ipse dixit. Se poi quel "nonostante" sia o meno ancora postmoderno, seppur di un'altra fase o variante, o se sia già altro, lo stabiliscano i critici. Purché il loro sguardo sappia essere meno "clever" e più coinvolto.

WM1

 
Alle 6/02/2008 12:12:00 PM , Anonymous Eugenio ha detto...

Capisco molto bene le tue riflessioni. Devo dire:
1. ovviamente il post non pretende di esaurire le molteplici letture che il romanzo può aprire. L'ho trovato molto denso proprio per questo. Altri hanno dato altre letture, tutte più o meno condivisibili;
2. non sono molto contento del post perché volevo dirigerlo più addentro alle questioni del saggio sulla NIE: ma lo si farà.
3. (più importante): il libro m'è piaciuto e ho cercato di sviscerare la "macro-lettura" che è quella che me lo ha reso più interessante.
Sono molto d'accordo sul fatto che a volte (è qualcosa che stiamo discutendo molto in Tabard per il prossimo numero) sembri che uno "sguardo intasato di teoria letteraria" (in questo caso, di altro tipo in altri) renda apparentemente fredda la nostra appassionata disamina critica del reale.
Però quando parlo di pericolo dell'epica ricostruttiva; quando parlo della riconfigurazione del reale da parte delle narrazioni, e di necessità che si aprano le faglie della critica attraverso il ruolo della contraddizione; parlo di cose su cui ho investito e investo anni di "passione e sentimento"... e non si tratta di un'allegoria a chiave: ho cercato di spiegare come tutto il romanzo faccia implodere nel suo andamento fosco molteplici inquietudini identitarie (la narrazione è il primo veicolo in cui il soggetto riversa una possibilità identitaria: questo è qualcosa che mi interessa molto e su cui cerco di lavorare da un po').
Ora: si tratta di linguaggi e di codici, ancora una volta. E' vero, troppa teoria letteraria ha un po' intasato il mio linguaggio. E però, allo stesso tempo, dato che non siamo degli anacronistici strutturalisti (il postmoderno viene dopo, per l'appunto) quelle disamine "freddamente tecniche" veicolano delle possibilità ermeneutiche più vaste rispetto alla semplice nozione di "punto di vista" (per esempio). Se non sono riuscito a veicolarle, è assolutamente colpa mia.
Capiamoci con un esempio, quando affermo che non solo Oxford, ma anche Lawrence è un cronotopo: sto cercando implicitamente di "dare corpo" a una nozione spiegando anche come il romanzo "appassiona" perché corale, perché non ha il suo centro in Lawrence, ma Lawrence è il campo di forze su cui si esercitano le tensioni esistenziali di più personaggi che pensano di condividere un noi, ma che lo hanno in realtà perso...e il romanzo permette loro di ri-trovarlo attraverso quel cronotopo (con le spinte centrifughe che comporta).
In tutto questo la riconfigurazione della narrazione è centrale...(e la lettura ricoeuriana che ho cercato di dargli - filosofo che riparte dalla poetica di aristotele, e proprio da quella traduzione letterale data nel romanzo della poiesis - permette a me lettore di riconfigurare un po', anche il mio di mondo...)
...mmm...forse anche in questo commento ho usato un po' troppa teoria...va be', distorsioni del "mestiere"...

è un problema di Tabard...abbiamo un metalinguaggio che per noi "significa molto"...immagino che dovremmo rinfrescarlo perché sia più leggibile la sua carica esistenziale, etica e politica

 

Posta un commento

Iscriviti a Commenti sul post [Atom]

<< Home page