08 giugno 2007

Sans domicile fixe - A Orte

« [...] il senso d'isolamento lo si prova soltanto
durante il tragitto da un luogo all'altro,
cioè quando non si è in nessun luogo.
Io appunto mi trovo qui senza un qui né un altrove,
riconoscibile come estraneo dai non estranei
almeno quanto i non estranei
sono da me riconosciuti e invidiati. Sì, invidiati. »

« Ho un bell'andare e venire, girare e dar volta:
sono preso in trappola,
in quella trappola atemporale
che le stazioni tendono immancabilmente. »

Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore


È dal profilo di Orte che mi sento di cominciare, per raccontare in qualche modo di un periodo di lunghi spostamenti, avanti e indietro per l'Italia e per mezza Europa. L'esigenza di mettere per iscritto qualche impressione di viaggio non è dettata tanto dalla necessità di tirare le somme, ma semmai dal desiderio di tracciare qualche punto, di costituire una seppur primordiale struttura senza la quale, dopo un anno di vagabondaggi, non saprei più rimettermi in movimento (né tanto meno in gioco). Già, paradossale che la storia di molti viaggi debba essere tramutata in una metanarrazione per arrivare infine a partire di nuovo. Ma l'idea di viaggio di cui si parla qui (o alla quale si ambisce) non ha nulla a che fare con i percorsi, o meglio con "il" percorso circolare e ripetitivo dentro cui il concetto stesso di viaggio si svuota, per ridursi a una forma di compulsività o di mera coercizione. Le si chiama cartografie cognitive, queste reti di puntine piazzate in giro. In quanto tali, non credo di sbagliare, esse sono una forma di analisi.

Proprio quest'assenza di punti fissi, di una casa propriamente detta, anche se transitoria, con quanto di estraneità e di isolamento ne può derivare, mi porta a intitolare questa rubrica "Sans domicile fixe". Mi si passi il gallicismo, ma in una storia di estraneità scegliere un'altra lingua per dare un titolo, senza fare ricorso al nostro altrettanto efficace "senza fissa dimora", sembrava avere il suo perché. E questo del titolo è già un primo, decisivo punto di partenza di questa ricerca (tale ancora di più, considerando che si va indietro tra cose già viste).

E tra le cose già viste, la prima che vado a ripescare è, come detto, il profilo di Orte, fissato nella memoria con l'immagine in cui mi imbatto ogni volta che procedo verso la stazione deviando a sinistra dalla SP 59 sull'imbocco della SS 315 (che a livello locale, in quel tratto iniziale, prende il nome di via dei Maratoneti). In questo modo la città vecchia, il borgo antico, lo si sfiora soltanto. Lungo quel tragitto la vista della città dal basso è molto simile al profilo che Pasolini aveva ripreso, in totali e panoramiche, per un breve documentario (più che altro una testimonianza) per il programma di Anna Zanoli io e..., che la RAI trasmise negli anni '70. In particolare, nella puntata intitolata Pasolini e... "la forma della città" e trasmessa il 7 febbraio 1974, il poeta parla di come il profilo di Orte sia stato rovinato dall'intrusione di elementi moderni (nello specifico delle case popolari) e di come esso, assieme ad altri elementi di arte popolare - in quanto tale non ufficiale e "non sanzionata" - debba essere invece tutelato in difesa del valore di un passato anonimo. Ma siccome Orte città, così come recita il sito del comune, è «conosciuta dai più come nodo ferroviario e stradale», è scontato che alla fine anch'io (che nel centro antico non c'ho mai messo piede) finisca col concentrarmi su Orte scalo (forsanche perché in quella stazione mi sono sentito spesso "preso in trappola", e non solo per i ritardi dei treni).

Orte scalo: nodo ferroviario di importanza fondamentale lungo l'asse sud/nord-est/nord-ovest, e punto di passaggio anche per il collegamento delle linee tirrenica ed adriatica. Messa così sembrerebbe di andare incontro a una stazione moderna, attrezzata e funzionale. E invece Orte rimane un tipico scalo ferroviario di provincia, piccolo e malandato, con soli cinque binari di cui uno utilizzato dai trenini a gasolio a fasce arancioni e blu della Ferrovia Centrale Umbra (anche se qui siamo nell'alto Lazio). A me personalmente queste stazioni, anche nel loro stato di abbandono, piacciono molto. Lo spettacolo di questi scali di provincia è però destinato a cambiare negli anni a venire: forse non diventeranno la versione in miniatura di un non luogo quale è oggi Roma Termini, ma sicuramente "subiranno" un'opera di ammodernamento abbastanza radicale. Orte infatti, come altri 102 scali ferroviari italiani, è inserita nel progetto di Centostazioni, la società a capitale pubblico-privato costituita dalle Ferrovie dello Stato per gestire e valorizzare le stazioni di medie dimensioni. Forse però che lo stato italiano ha a cuore i nostalgici, i romantici e i decadenti, per cui i tempi di ristrutturazione delle famose centotre stazioni, differentemente da quanto previsto, tendono a dilatarsi esponenzialmente. Come nel caso appunto di Orte, che secondo i programmi di partenza avrebbe dovuto essere totalmente rinnovata entro la fine del 2005 (ad oggi solo l'atrio sembra aver subito qualche intervento). Che ne deriva? Mah, a parte una generalizzata sensazione di abbandono - compreso il rischio che dei calcinacci ti cadano in testa dalle tettoie sopra le banchine - nulla di più (anche le latrine non sono poi tanto male). La cosa ha anche i suoi vantaggi, se si viaggia di domenica, visto che la biglietteria nel giorno di festa resta chiusa e che, almeno per i tagliandi interregionali, non ci sono biglietterie automatiche (in tal caso il titolo di viaggio lo si può comodamente reperire a bordo del treno stesso anche se, detto tra noi, capita che a volte i controllori non passino. Santa domenica!). Per i viaggiatori regionali, invece, i biglietti si possono prendere da una macchinetta oppure, se si ha voglia di contatto umano, al bar della stazione.

Veniamo ad un altro luogo topico, dunque, che tra l'altro ha il pregio di avere un cortile niente male, esposto al sole (quando c'è) e comodamente attrezzato per le lunghe attese. L'elemento più avvincente di questo buffet della stazione è però un altro: l'ammaliante presenza, subito dopo l'ingresso sulla destra, di uno di quei giochi da luna park comunemente noti col nome di "pesca miracolosa" o "pesca fortunata", a seconda di quale forma di credenza o superstizione si voglia adottare (per i più laici, invece, sappiate che il giochino in gergo tecnico si chiama "pesca verticale"). I premi in palio? Principalmente pupazzetti e ammennicoli di diverse squadre di calcio. Tra i peluche e i ninnoli, poi, il premio più ambito: il pallone di cuoio! - la cui cattura è resa ancora più complicata dalle appendici coccigee (volgarmente dette code) delle varie mascottes.

Io purtroppo non ho mai avuto cuore di cimentarmi nella pesca verticale di Orte, e non tanto per l'euro di posta, difficoltà certo non insormontabile nonostante le ristrettezze del viaggio. E nemmeno per una questione di pudore. Il fatto è che quel gioco piazzato lì, nell'infantilismo che di certo genera, basa tutta la propria attrattiva su di un senso di possibilità. Altrove la si coglierebbe, magari, questa occasione, ma la stazione, almeno in questo mio girare, è ineluttabilmente associata a un principio di rinvio, ad un obbligo verso un futuro ennesimo passaggio. E quindi ogni volta che torno a Orte scalo guardo il box della pesca, cincischio con le monete in tasca fino a tirarne fuori un euro intero... e poi dopo il caffè mi avvio verso il mio binario (di solito è il secondo), controllando che il pallone che piace a me sia sempre al suo posto dentro la teca. Sino ad oggi pare che nessuno ancora m'abbia anticipato. Benedetti peluche, e benedette code!

Vittorio Martone

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5 Commenti:

Alle 6/09/2007 12:11:00 AM , Blogger fran-tes-to ha detto...

massù(d), lascia il tuo pegno per un pallone!

 
Alle 6/12/2007 03:49:00 PM , Anonymous Vittorio ha detto...

Mi poi con chi gioco?

 
Alle 6/13/2007 01:14:00 AM , Anonymous Paolo ha detto...

Orte non luogo per eccellenza: non umbria ma neanche lazio; per me: non bologna ma neanche terni. Orte dove per quasi due anni ho passato diverse ore d'attesa (più i bestemmiatissimi, sempiterni, ritardi), agli inizi ogni settimana, poi via via rarefacendosi i ritorni nella conca, fin ad adottare la macchina e rinnegare il treno, che un po' ora mi manca. La stazione di Orte come sottolineatura letterale della partenza, come confine, come estetizzazione totale della linea ferroviara (ne feci delle foto), La stazione di Orte che non è Orte e neanche Orte scalo, è solo la Stazione di Orte, isolata dal tutto nella valle tra i due clivi, pura ferroVia. La fuga ferroviaria per eccellenza, per un ternano poi, snodo fondamentale ad evitare la traversata a nord per quell'altra linea ferroviaria disgraziatamente rosicchiata alle colline che non volevano saperne, e infatti...
Stazione che non vedi da lontano, se arrivi da nord, e io sempre da nord arrivavo (prima est poi ovest, o viceversa. Da qui ancora più straniamento e ciclicità) ma la vedi quando ci sei sotto, non come Orvieto che svetta nella piana e ti sta a guardare impettita e diffidente per dieci minuti. Orte alta che deve essere un gioiello ma che forse non voglio mai vedere, ché Orte deve restare solo quella banchina, guai se le me la cambiano, quell'irreversibilità, quel dubbio, quel terzo binario dove passeggiavo d'inverno e boccheggiavo d'estate, dove mi pentivo d'esser partito indipendentemente dalla destinazione, ma dove potevo essere, ed ero, né ternano, né bolognese, finalmente.

p.s.: Io nel baretto, visto che in genere da terni ripartivo la domenica dopo pranzo, mi ci fermavo a vedere 90° minuto quando c'era ritardo, e tutti i compagni di viaggio che a quel punto speravano che il ritardo aumentasse abbastanza per poterci vedere tutti i gol.

 
Alle 6/26/2007 12:37:00 AM , Anonymous Anonimo ha detto...

Pensavo di aver rimosso dalla mia memoria la sonnacchiosa Orte e la sua aggrovigliata stazione dopo una mal congegnata fuga da quindicenne dalle parti di Viterbo con un’amica, della quale adesso a malapena ricordo una cascata di riccioli giallo paglierino e un orribile ciondolo con scritto KURT4EVER…poi leggendo qua mi sono venuto a mente le troppe volte in cui, sospesa tra un incerto qua e un sicuro altrove, mi sono attardata negli interstizi di tutte quelle Orte sparse in “questa scatola un po’ sferica” che chiamiamo mondo. Il fatto di essere senza fissa dimora mi ha sempre confortato invece di farmi sentire perduta…forse perché, in maniera ingenua, aspiro a costruirmi artigianalmente un’essenza inquieta o forse perché credo che in ogni luogo e, soprattutto, in ogni non luogo si lasci anche “solo un infinitesimo di me, di te, di me, solo una parte infinitesima”. Riconoscere, saper disegnare con la mente le proprie cartografie cognitive significa provare a conoscersi…e, chissà, forse, illudersi di non invidiare “i non estranei” che ci guardano, non ci riconoscono e passano (ma, ora che ci penso, e per quel che conta, io Se una notte d’inverno un viaggiatore…l’ho letto nell’intervallo tra due stazioni)

G.

P.S. Tanti Auguri a chi guarda il pallone di cuoio nell’affollata teca…è ancora lì?!

 
Alle 6/26/2007 12:57:00 PM , Anonymous Vittorio ha detto...

Credo sia ancora lì (manco a Orte da un po'). Buon segno probabilmente, forse sto finalmente riuscendo a sentirmi stabile in un posto (fin troppo anche, visto che - è notizia di oggi - passerò l'estate a Bologna a lavorare). Ma la ricerca e una forma qualsiasi di attività e di possesso di sé, credo, forse passa anche per questo (intendo lo stare in un posto per davvero, non per forza il lavorarci per un'estate intera). Comunque, grazie per gli auguri.

 

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