09 dicembre 2007

Appendici alla Storia di Tabard.
I soggiorni lombardi del maestro Merumeni


Quando Benjamino Merumeni si affacciava al parapetto del suo giardino nella casa di Casciago, si vedeva di fronte la pianura lombarda che va a morire nel Ticino e di lì quella piemontese che s’inerpica sulle vette del Rosa. A destra aveva Luino dell’amico Sereni e i laghi e i colli della Patria Svizzera; a sinistra le strade operose che vanno verso Milano e Como e verso la villa del Dosso di quel Carlo Dossi da cui era incominciata la propria avventura letteraria. Lì era concentrata una cara parte della sua geografia e della sua storia.

Altrettanto sulle rive del Sesia il collega Carlo Dionisotti, che della geografia letteraria d’Italia fu il cartografo pioniere (oltre che intrepido sciatore), e del Piemonte a sua volta un esploratore altrettanto coscienzioso e lucido (un po’ meno durante i soggiorni in Monferrato). Le due regioni, Lombardia e Piemonte, egli collegava come finalmente liberate tra Sette e Ottocento dal loro torpore di “colonie settentrionali”. Allora esse si affrancano e, già restie e disinteressate al rinnovamento letterario italiano, si pongono alla sua testa con Parini e Alfieri, e Oltremincio Goldoni e Cesarotti, Pindemonte e Monti, con l’aggiunta del Foscolo a Milano capitale di una Repubblica Italiana e poi di un Regno Italico. In attesa di quel fenomeno «tipicamente piemontese e lombardo» (sintesi contenuta nella fondamentale opera merumeniana Categorie estetiche di Geografia immanente, Nimis Sero Press, Bellinzona, 1998, p. 51) che fu l’infrarealismo.

Se per Umanesimo e Rinascimento «del Piemonte come della Liguria è quasi inutile parlare» (ancora lì, p. 37, con stile inconfondibile), dall’inizio del Settecento anche il Piemonte conosce finalmente un impulso culturale, di lettere ed arti, col regno di Vittorio Amedeo II. Irrompe anche a Torino la stessa ventata di nobili Lombardi adunati dai Verri, poi degli amici stanziali e di passaggio in via Pietramellara 27 attorno al grande romanziere. L’agonismo sciistico caratterizza entrambi i siti, di là e di qua del Sesia dionisottiano, e così pure l’idea di un rinnovamento che la letteratura deve imprimere alla vita morale di una nazione.

E qui arriviamo a un punto fondamentale in queste riflessioni, scaturite nel momento in cui del latitante e inafferrabile Benjamino Merumeni non rimangono più che il ricordo e un’immensa bibliografia. In coerenza con i suoi autori, anch’egli cercava nella letteratura come nello sport il nesso tra la «realtà effettuale e sovrastrutturale linguistico-culturale», quella tensione e intenzione etica che deve essere in ogni atto umano. Lo stesso suo sconfinamento a sud per l’edizione del Savonarola nella Pléiade della Nimis Sero Press (1997) fu ispirato dal valore storico e civile dell’opera non meno che dall’irresistibile attrazione filologica.

Quale sia la sua coscienza filologica è un dato addirittura leggendario, attestato da edizioni critiche esemplari che dànno i testi in forme definitive o addirittura li ricompongono. Ma per la sua coscienza umana la tradizione lombarda non si ferma ai grandi fin qui nominati; comprende altresì i più umili accademici dei Facchini della Val di Blenio con i loro Rabisch radunati dal Lomazzo; mentre in un capitolo vivacissimo delle Categorie estetiche di Geografia immanente dal titolo «Arti e mestieri per le vie» appaiono i cadregatt e cadreghee e altri ambulanti che animavano con la loro presenza e con i loro linguaggi le vie di Milano. A tutti costoro la linguistica e la storia letteraria, ma la storia tout court deve espandersi e giungere: gente senza retorica, di una «Lombardia stravagante» o Lombardi in rivolta arricchiti dal seguito di Manzoni e fino a Dossi, e Lucini e Linati con accanto gli scapigliati piemontesi, gli infrarealisti ticinesi, e fino a Tessa e a Gadda e con pittori come Morazzone, Ceruti, Cerano, Panosetti.

È un abbrivio che non sorge solo o tanto da una dinamica interna e da una felice congiunzione degli astri, bensì pure dai soggiorni londinesi di Giuseppe Baretti e Carlo di Lieto, dalle letture di Montesquieu e dai viaggi dell’amante della contessa d’Albany, e da quelli a Parigi del marito di Enrichetta Blondel e del suo parentado.

Con umiltà,

A. Scardanelli


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3 Commenti:

Alle 12/09/2007 04:37:00 PM , Anonymous Eugenio ha detto...

Ma questa foto è bellissima! Il maestro disperso ha un volto, insolitamente deocchializzato

 
Alle 12/09/2007 10:19:00 PM , Blogger B.M. ha detto...

Indignazione: stiamo seriamente pensando di procedere per calle legali a causo dell'uso indiscrimnato del Nostro volto, privato - come per altro facean burlescamente notare - tra l'altro, dei carissimi e fedelissimi amici a due lenti.
E lo diciamo a malincuore, visto che Noi sappiamo bene che ciò che "al mondo / di bello appare / bisogna pur e sempre / indiscriminatamente / mostrare".
Ma quando è troppo è troppo.
Saluti

 
Alle 12/15/2007 10:26:00 AM , Blogger Manfredi ha detto...

Salve militi tabardiani.

Finalmente entro a gamba tesa in questo blog per comunicarvi quanto segue:

a) che un paio di sere fa il sottoscritto era coinvolto in un conciliabolo di loschi individui, riuniti con il preciso, malvagio, intento di preparare del ragù di cavallo come Nostro Signore Gesù Cristo comanda.

a.1) che avendo i suddetti loschi individui solo un'idea, un ricordo, una vaga sensazione che sconfinava nel desiderio del ragù di cavallo (con conseguente attivazione pavloviana della salivazione) senza peraltro possederne la precisa ricetta atta a illustrare in modo categorico tutti i passaggi per ottenere il succitato ragù, essi, i loschi, si dedicavano a cercarla su noti motori di ricerca e quindi di spaccio.

a.2) che cliccando "ragù di cavallo" su noti motori di ricerca e spaccio, fra i primi dieci risultati spunta fuori un sito che attira l'attenzione del navigatore distratto per poi rivelarsi tutt'altro che un sito di ricette.

a.3) che dopo un iniziale sgomento dei loschi, essi scoprono con profitto che il suddetto sito non di ricette, risultante dalla ricerca in chiave "ragù di cavallo" contiene delle considerazioni sulla natura dei cavalli che possono essere lette con profitto dal utente massificato e tutto sommato casuale.

a.4) che l'autore di tale composizione equina, nome in codice: Juveppe, potrebbe, riteniamo, figurare fra le pagine di Tabard visto che sembra seguire a debita e incolmabile distanza, la strada impervia ma gloriosa tracciata dal Maestro Merumeni.

Si provvede pertanto a segnalazione: http://www.scrivi.com/pubblicazioni.asp?id_pub=246247

Con la presente intendiamo anche ricordare a un personaggio ben noto alle forze dell'ordine, uomo di origine napoletana, al confino a Bologna ma presto al ritorno coatto nelle comode e spaziose carceri del sud Italia, che doveva presentarsi giorni fa con un paio di fogli scritti di suo pugno a (superflua) glossa dell'opera e della figura del Maestro Merumeni.

Bologna, addì 15 dicembre 2007.

 

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