12 giugno 2007

La letteratura dell'inesperienza

Sarò sincero: quando ho comprato La letteratura dell’inesperienza di Antonio Scurati volevo essere un po’ coccolato. Lette le critiche, piovute copiose, sul pamphlet ero sicuro di andare… a colpo sicuro. Parafraso arbitrariamente: “basta parlare di inesperienza”, “ma come si fa a parlare, oggi, di inesperienza?”, “…i paesi in via di sviluppo…”, “la Cina e Roberto Saviano”, poi solo “Roberto Saviano”, poi solo “…Saviano…” e poi “…Saviano… al quadrato…”. Insomma, pensai, finalmente qualcuno che con coraggio cerca di portarsi oltre la sbornia “borromeamente” neoetica e catarattara che da un po’ di mesi ci viene propinata. Se “forma” e teoria sono i nuovi sgherri postmodernisti che, in dichiarata combutta con strumenti di comunicazione di massa, criminalità organizzata, la velina bionda di Striscia e il pupazzo Gnappo, cercano di ingarbugliare i santissimi principi di chi vuole solo lavorare per un reale e oggettivo miglioramento delle condizioni sociali (infondo “neo-pragmatisti” senza rendersene conto), io sono la retroguardia silenziosa di una filosofia (per fortuna sconfitta) che si crogiolava in un sogno mistico di apertura e orizzontalità (in fondo “universalista” mio malgrado). Dunque mi sento un po’ solo, dunque mi sento un po’ in colpa, dunque mi vado a leggere La letteratura dell’inesperienza di Antonio Scurati.

Non ho lo spazio per una ricognizione integrale del testo, ma quello che voleva essere il solito discorso “postmodernismo vs resto del mondo” deve trasformarsi, dopo la lettura del libro, in qualcosa di molto più banale e di molto più terrificante (c’è letteralmente da “cagarsi addosso”): Scurati è assolutamente d’accordo con i suoi detrattori.

E mo? Come glielo spiego al mio ego che ha per settimane parteggiato con chi militava nel campo opposto? E come spiego al mio amor proprio che le menti più illuminate dell’intellighenzia italiana (sì, Carla Benedetti, ce l’ho proprio con te) sono talmente accecate da questo nuovo bisogno (desiderio) di etica a buon mercato che o non si rendono conto che il povero Scurati è semplicemente un serissimo intellettuale che, per combattere ciò che ritiene sbagliato, scende nel campo dei suoi avversari e si mette in discussione nei confronti delle loro ragioni, o storcono il naso non appena si accenna alla teoria per capire l’esistenza, o, ed è l’ipotesi peggiore, leggono troppo velocemente?

A voi, etici di pancia (infondo vattimiani), il mio augurio nietzschiano di “lettura lenta”, e un carissimo saluto a Richard Rorty che venerdì ci ha (anche simbolicamente) lasciato. Un grandissimo modernista come Jean Renoir fece dire, nel 1939, a un suo personaggio: «La cosa orribile è che a questo mondo ognuno ha le proprie ragioni», è oggettivamente vero :-), ma almeno che le motivi bene.

Mimmo Cangiano

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1 Commenti:

Alle 6/12/2007 03:41:00 PM , Anonymous Eugenio ha detto...

un esempio delle possibilità di scrittura del blog...senza alimentare narcisismi. non ho potuto leggere il libro (ovviamente), non ho seguito il dibattito, però quando ho saputo di Rorty - citando un famoso sudamericano - ho pianto.

 

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