07 gennaio 2008

Antipasto di "secondo grado"

In attesa dell'uscita del nuovo numero, pubblico qui l'articolo che non ho consegnato in tempo al nostro amatissimo grafico.

Mimmo


Una vigile incertezza: il secondo grado della critica

Poco più di quarant’anni fa Jean Starobinski, cercando di definire la sua idea di «relazione critica», ebbe a scrivere:

«Se sono adeguati, l’oggetto da interpretare e il discorso interpretante, si legano per non lasciarsi più. Formano un essere nuovo composto da una doppia sostanza. […] Il paradosso apparente è che, nel ricevere conferma della sua esistenza indipendente, l’oggetto debitamente interpretato fa ormai parte anche del nostro discorso interpretativo, diviene uno degli strumenti grazie ai quali potremo cercare di comprendere a un tempo altri oggetti e la nostra relazione con essi.» (Starobinski, 1966, p. 513)

Nel suo entrare in contatto con il lavoro del critico l’opera, quale che sia, pare rivestirsi di un’antinomia: perde il suo connotato di opera (di oggetto da interpretare) per diventare a sua volta strumento di interpretazione. È dunque nell’atto ricettivo-interpretativo che il prodotto artistico smette di essere forma, smette di essere sistema chiuso, per farsi veicolo di una doppia apertura, di una doppia contaminazione: la critica fa l’opera aperta, l’opera apre il sistema interpretativo del critico.

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5 Commenti:

Alle 1/08/2008 12:35:00 AM , Anonymous Daria ha detto...

questa é la frase che cercavo di ricordarmi oggi pomeriggio, Walter Benjamin:
"questa immediatezza nella comunicazione dell´astrazione ha preso la forma del giudizio, quando l´uomo abbandonó, nella caduta, l´immediatezza nella comunicazione del concreto, il nome, e cadde nell´abisso della mediatezza di ogni comunicazione, della parola come mezzo, della parola vana - nell´abisso della ciarla. perché - bisogna dirlo ancora una volta - ciarla fu la domanda sul bene e sul male nel mondo dopo la creazione. [...] Dopo la caduta, che rendendo mediata la lingua aveva posto le basi della sua pluaralità, non c'era più che un passo alla confusione delle lingue."

 
Alle 1/09/2008 10:37:00 PM , Blogger fran-tes-to ha detto...

perdonate la citazione alla citazione di daria (da dove l'hai presa?), ma a sto punto non posso che ricordarmi di Kurtz che, alla fine di Apocalypse Now, sussurreggia tronfio e gonfio "Il giudizio...il giudizio ci rende deboli" (hannah arendt, se gli dei le avessero permesso di sentire cotanta frase, ci avrebbe scritto un intero libro come mi ricorda molto spesso un caro amico)

 
Alle 1/11/2008 02:42:00 PM , Anonymous Daria ha detto...

è in Angelus novus, il saggio "Sulla lingua in generale e sulla lingua dell'uomo". che parola usi B. in tedesco non lo so, ma credo Urteil o Urteilskraft, insomma come Kant, e "giudizio" in questa lingua significa qualcosa come "capacità di partizione/divisione originaria". (saperlo è quasi più angosciante del finale di Apokalypse now, per me)

 
Alle 1/13/2008 12:19:00 AM , Anonymous toppe ha detto...

Paragonare l'incontro testuale con l'incontro umano m'è parso geniale. (O forse lo fanno tutti e io non lo sapevo, ma voi fate finta di nulla: è il vantaggio di aver lettori ignoranti.)
Un plauso anche alla discreta chiarezza del testo: continuando così, tempo un paio d'anni riuscirò davvero a leggere un numero intero di Tabard :D

 
Alle 1/13/2008 11:00:00 AM , Anonymous Paolo ha detto...

Quando ci riuscirai ti nomineremo direttore editoriale, perché nessuno riesce a leggere un numero intero di Tabard. Nemmeno noi. Soprattutto noi, anzi.

 

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