20 novembre 2007

2666: qualche impressione di lettura

Difficile parlare di un romanzo di cui si è letta solo la prima parte (anzi, tre delle cinque parti, ma le ultime due saranno pubblicate in Italia solo tra un anno). Magari si può iniziare con i pensieri confusi di Amalfitano, uno dei molti protagonisti, che si lascia tentare dalla follia, dalle voci, dopo aver appeso un trattato di geometria al filo per stendere i panni (secondo le istruzioni di Duchamp): «Queste idee o queste sensazioni o questi vaneggiamenti, d’altra parte, avevano per lui un loro lato gratificante. Si trasformava il dolore di molti nel ricordo di uno solo. Si trasformava il dolore, che è lungo e naturale e vince sempre, nel ricordo personale, che è umano e breve e sfugge sempre. Si trasformava un racconto barbaro di ingiustizie e di abusi, un ululato incoerente senza principio né fine, in una storia ben articolata dove c’era sempre la possibilità di suicidarsi. La fuga si trasformava in libertà, anche se la libertà serviva soltanto a continuare a fuggire. Il caos si trasformava in ordine, sia pure a spese di quello che è comunemente noto come senno».

Queste parole potrebbero riferirsi al meccanismo narrativo, quanto alla costruzione della “Storia”, o anche al processo della memoria individuale. Eppure ci ingannano. Quello che avviene nel romanzo di Roberto Bolaño è l’esatto contrario di ciò che pensa Amalfitano la notte in cui definitivamente si avvicina alla follia: il sistema narrativo di 2666 si fonda proprio sulla decostruzione di una sequenza “storica” (storia, ricordo, narrazione). Mi sembra che la scrittura di Bolaño si muova in una sorta di inconsapevolezza autoprovocata: come una persona appena sveglia che si mettesse ad annotare i propri sogni. In altri termini, questo romanzo è un tentativo di sottrarsi al processo narrativo propriamente detto, mediante un lavoro duro e faticoso: provare in ogni parola ad eludere se stessi ed il proprio “io” narrante.
Tentativo fallito, peraltro. Al di sotto delle trame decostruite dell’io scrivente si cela un’ulteriore identità nella non-identità. Ed è il male, sotto forma di follia, non senso, e soprattutto stupidità. Come se, anche al culmine etico della “Storia” che si estranea per liberarsi dalle tensioni autoritarie che le sono implicite, affiorasse alla superficie un mostro oscuro contro cui nessuno scrittore può vincere.
E forse è proprio questo il senso di un romanzo come questo. Perché nonostante tutto resta l’aver stanato il mostro, aver costretto l’occhio che scavalca il torrente dei caratteri a posare sui corpi inermi delle donne assassinate e abbandonate nel deserto. Aver costretto il lettore a fermarsi in una assurda città di frontiera, ormai definitiva città dell’uomo consacrata al vuoto che la circonda; dove non è possibile fidarsi di alcun essere umano; soprattutto non di se stessi, né delle “voci”: «così tutto ci tradisce, compresa la curiosità e l’onestà e quello che abbiamo molto amato. Sì, disse la voce, ma consolati, in fondo è divertente».

La mia breve nota ovviamente non esaurisce nemmeno in minima parte la discussione su questo romanzo, e soprattutto su quest’autore. Naturalmente, ci sarebbe anche molto da dire sull’ottima traduzione di Ilide Carmignani. Noi di Tabard speriamo di poter riprendere il discorso sul prossimo numero, sempre che il nostro Hispanista sopravviva ai suoi rave e si decida a riaprire i libri.

Achille

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7 Commenti:

Alle 11/20/2007 10:44:00 AM , Anonymous Paolo ha detto...

"La fuga si trasformava in libertà, anche se la libertà serviva soltanto a continuare a fuggire. Il caos si trasformava in ordine, sia pure a spese di quello che è comunemente noto come senno", bellissimo.
Anche Calvino aveva come massima ambizione quella di cancellare la sua voce ("come scriverei meglio se non ci fossi" dice uno dei suoi personaggi). Nonostante ciò i famosi fantasmi di un suo saggio, venivano riconosciuti anche da lui, come da Barthes del resto, come inevitabili compagni (portatori infallibili di sé) di chiunque si accinge a scrivere. Fantasmi, male, non-identità. Chissà. Certo, nulla di più lontano dal resoconto di un sogno dalla controllatissima scrittura calviniana.

 
Alle 11/20/2007 06:31:00 PM , Anonymous achille ha detto...

probabilmente non mi sono spiegato bene: quando parlo di resoconto di un sogno, intendo sì una "inconsapevolezza", ma "autoprovocata". La scrittura di Bolaño non è per nulla casuale o automatica, ma assolutamente costruita. Il tentativo di eludere la compattezza di un io narrante, non avviene rimanendo al di qua della soglia del controllo razionale del discorso, ma, per così dire, sfondando tale soglia, andando oltre.

 
Alle 11/20/2007 07:15:00 PM , Anonymous Paolo ha detto...

cioè ipercontrollando razionalmente la propria scrittura? interessante

 
Alle 11/20/2007 10:56:00 PM , Anonymous Anonimo ha detto...

In realtà il mio contributo al dibattito è poco utile perchè 2666 ce l'ho sul comodino da tempo e non sono ancora riuscita a leggerlo per mille,futili, motivi ma ho appena finito il mio primo libro di Bolaño, Estrella Distante, e ne sono rimasta folgorata...decisamente d'accordo con ciò che ha scritto achille consiglio a chi passa da ste parti di leggere la storia di C. Weider...perchè è un'incredibile narrazione di un volto del Male, per lo stile (che il Castaldo ha già descritto con grande precisione e non serve ceh aggiunga altro) e soprattutto per gli ultimi tre capitoli...d'ispirazione a chiunque si lanci nell’avventura di una rivista o in quella di collezionare le C.I. dei suoi aficionados

 
Alle 11/21/2007 05:34:00 PM , Anonymous Eugenio ha detto...

E invece io da buon raver ormai in pensione da tempo (checchè ne dica Achille), ho appena iniziato 2666, quindi magari potrò dire più in là (anche perché fortunatamente ho l'edizione completa). Spero di riuscire a scrivere qualcosa su Bolanho nel prossimo numero (se non di nuovo almeno riciclare una cosetta). Tra l'altro credo che la notazione di Achille prende nel segno (se ho capito bene quello che vuole dire, non so perché ma il Castaldo mi è sempre un po' ostico, sarà per differenza di formazione e letture), credo - dunque - prenda il segno (ma è lunga e adesso sono appena tornato a casa e ho ancora freddo).
All'anonimo volevo solo segnalare che Estrella distante (bellissimo romanzo breve) è la riscrittura dell'ultimo enigmatico personaggio della pseudo-enciclopedia della Literatura nazi in Latinoamerica. E' proprio questo il fascino di Bolanho, la moltiplicazione narrativa, la capacità d'esapnsione d'aneddoti o personaggi secondari che da un romanzo all'altro, da un racconto all'altro, appaiono e scompaiono, si reincarnano in nuove identità narrative. (altro caso: Amuleto, espansione della testimonianza di Auxilio Lacoutre, la "madre de la poesia mexicana" nei detectives). (altro: Joanna Silvestri di Estrella, attrice porno, torna in prima persona in un racconto di LLamadas telefonicas, ci parla anche di un investigatore strano che cerca "fantasmas" e poi vira raccontandoci della sua storia d'amore con un certo Jack Holmes, attore in pensione...) ecc ecc...se ne parlerà...

 
Alle 11/21/2007 06:37:00 PM , Anonymous Eugenio ha detto...

Segnalo comunque (a sua volta me lo aveva segnalato Achille) che nel nuovo numero di Pulp c'è uno speciale su Bolanho, in realtà molto moolto introduttivo. Ci sono piccole recensioni di tutti i libri pubblicati in Italia. Avremmo voluto farlo noi, ma tant'è...i rave si pagano...

 
Alle 11/21/2007 06:54:00 PM , Anonymous Anonimo ha detto...

l'anonima l'aveva segnalato ad achille a sua volta ed è ben lieta di ricevere informazioni su la literatura nazi in latinoamerica...e sul resto della produzione di Bolaño perchè pulp l'aveva davvero solo introdotta all'autore, come ha detto eugenio. sì se ne parlerà...e pure di rave magari
G

 

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