12 ottobre 2008

La vida tómbola

La "recente" notizia della scomparsa di Paul Newman, assieme alla sua risonanza, non mi ha ancora tolto dalla testa il ricordo della morte di Giorgio Bettinelli, che se non è riuscito a battere l'attore americano in clamore mediatico, gliel'ha sicuramente fatta sul piano dei tempi.

Che bella figura questo Bettinelli che la "febbre gialla" c'ha portato via il 16 settembre scorso. Attore insoddisfatto d'una compagnia teatrale sperimentale di Roma si stancò, gli girò, prese su e se n'andò via, ma via lontano, a campare di gran lusso in Indonesia coi soldi dell'appartamentino messo in fitto a Roma.

Italiano atipico, lui la Vespa l'ha conosciuta solo a 37 anni sulla spiaggia di Padangbai, a Bali, per intercessione di un cameriere locale. Un mezzo cedutogli a saldo d'un discreto debito (come a dire: pagato una cifra spropositata; come a dire: na' sola) gli ha casualmente confidato i propri segreti. Vale a dire potenza, resistenza, versatilità... e uno strepitoso fascino. E gli ha cambiato la vita.

Bettinelli s'innamora, mette a posto il rottame e ci attraversa le isole di Bali, Giava e Sumatra fino a Medan. Poi regala l'ex rottame ad un'amica, vola nella capitale e organizza l'impresa: da Roma a Saigon su una Vespa. Raccoglie fondi, sponsorizzazioni, finanziamenti e qualche contatto. Parte, vende un po' di culo ai giornalisti di tutto il medio-oriente e il sud-est asiatico e, dopo sette mesi di vita piena e di astinenza forzata dal tabacco, si accende una strameritata sigaretta dopo aver tirato sul cavalletto la sua Vespa in piazza Ho Chi Minh.

Da lì in poi scorrazza dappertutto, dall'Alaska alla Terra del Fuoco e poi per tutto il mondo fino alla Cina e ne seguono testi fotografici, articoli, narrazioni di viaggio.

Un matto si direbbe, ma uno di quelli che ha saputo tirarsi fuori un lavoro dalla propria follia. Uno di quelli che, per dirla onestamente, a me piacciono proprio assai.

Ma Giorgio Bettinelli appresso alla sua follia c'è andato fino in fondo. Eroe romantico, lui si è immerso nella wilderness (che tradotto sta per le rive inquinate del Mekong). Eroe post-romantico, lui a causa di questa immersione c'ha rimesso la pelle. Un po' come accade all'eroina Daisy Miller di Henry James che, per inoltrarsi nel colosseo in piena notte, si prende un'infezione mortale e rimane stecchita nei deliri della febbre "perniciosa".

Il colosseo (parliamo di quello della fine dell'Ottocento) è al tempo luogo oscuro e peligroso, non l'attuale bomboniera a cielo aperto per turisti di ogni dove: umido e malsano, pieno di selve inselvatichite e pregno dei misteri del passato, loco brulicante di perigli e lontano dalla civiltà.

Sono questi parallelismi tra il colosseo di James e il Mekong di Giorgio che fanno pensare che non si possa sopravvivere nella follia, neanche sistematizzandola. E chi intrattiene rapporti duraturi con questa misteriosa natura, decede.

Che piaccia o no, questa è la visione di James. Ma non la mia.
A noi piace pensarlo ancora il sella al motore.
Vespisti di tutto il mondo, rombate!

Vittorio Martone


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3 Commenti:

Alle 10/13/2008 01:37:00 AM , Anonymous achille ha detto...

e anche a me piacciono proprio assai i tipi così! e poi l'idea di dare in affitto la casa a roma e viverci in indonesia, è assolutamente geniale. lo farei anch'io (se avessi una casa a roma...)

 
Alle 10/13/2008 01:35:00 PM , Blogger fran-tes-to ha detto...

ma nemmeno troppo matto uno che lavora con la passione, che se la professionalizzi ma non troppo la follia rischia che sei un po' meno folle. certo poi i rischi ci sono, ma morire di wilderness non vuol dire necessariamente morire di follia (un po' sì, ma non troppo). e comunque credo e spero se la sia goduta davvero, la vita e la wilderness

 
Alle 10/13/2008 03:15:00 PM , Anonymous Vittorio ha detto...

"Morire di wilderness non vuol dire necessariamente morire di follia (un po' sì, ma non troppo)". E' esattamente quello che credo anch'io. Come credo, anzi sono certo, che se la sia goduta. Da viaggiatore in Vespa (anche se su tragitti un po' più brevi), posso dirlo con cognizione di causa.

Poi mi piace, quando penso all'entrare nella wilderness, che il tutto sia legato sostanzialmente a uno scioglimento, ad un'apertura. Ovvero: di Vespe con migliaia di km ne ho viste tante, è che in genere li si fa girando in tondo (un po' impazzendo, a volte). Il bello degli "avventurosi" è proprio quella capacità, di follia un po' salvifica-salvante-salvatrice, di spalmare le ossessioni in lungo e in largo...

 

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